Il divieto di burkini della Lega Nord e l'eco negli Emirati Arabi: una questione di liberalismo


Il bello di un blog come polis è - senza inutile ruffianeria - la possibilità che dai commenti dei lettori ai nostri post nascano nuovi spunti interessanti di informazione. E' quanto è successo ad esempio ieri: il nostro affezionato Mr. Lorenz ci ha segnalato infatti un articolo degno di nota del The National, quotidiano degli Emirati Arabi Uniti.

Il tema dell'articolo è la crescente ostilità che il burkini sta incontrando in vari angoli d'Europa, dalle valli piemontesi alla cosmopolita Parigi. The National ha deciso di scendere per strada e chiedere ai cittadini degli Emirati la loro opinione sulla vicenda. Tra tutte, la risposta di un bagnino di Abu Dhabi è stata quella che mi ha colpito di più:

"Nella nostra cultura e nella nostra religione il bikini non è accettabile, e tuttavia le donne straniere lo portano nei nostri paesi e noi non ci opponiamo, anche se non vogliamo che i nostri bambini lo vedano. Se (gli europei) non permettono alle nostre donne di portare costumi da bagno che coprono tutto il corpo nei loro paesi, allora non dovremmo permettere alle loro donne di portare il bikini nei nostri paesi"

E' interessante giustapporre queste parole a quelle del sindaco leghista di Varallo Sesia:

"Non ci inchiniamo rispettosi verso usanze e atteggiamenti che non sono proprie della nostra civiltà, non dobbiamo per forza essere sempre tolleranti! Proviamo a immaginare il bagno di una donna occidentale in bikini in un paese musulmano: la conseguenza potrebbe essere la decapitazione, il carcere, l'espulsione. Noi ci limitiamo a vietarne l'uso"

Il parallelismo e la somiglianza delle due argomentazioni è impressionante: sia il sindaco italiano che il bagnino arabo ritengono di vivere in un paese molto tollerante (forse troppo). Entrambi poi, sembrano morire dalla voglia di prendere a pretesto i divieti imposti in un altro stato per introdurre ulteriori proibizioni nel proprio.

Riflettere a mente fredda su questa analogia dovrebbe portarci a constatare due cose: primo, i paesi e i popoli musulmani non sono un insieme omogeneo, corrispondente a quell'immagine di estremismo caricaturale che spesso se ne dà dalle nostre parti. Così come non in tutta Europa il burkini è stato accolto da una levata di scudi, esistono stati fortemente musulmani in cui i costumi occidentali vengono ampiamente tollerati.

Prendere ad esempio il peggio dell'altra "civiltà" come scusa per peggiorare ancora un po' la propria, non sembra quindi un'idea particolarmente brillante. Un sindaco un po' più tollerante avrebbe potuto ad esempio argomentare la propria decisione di autorizzare il burkini affermando "Anche a Dubai tollerano i bikini, perchè dovremmo essere più intolleranti noi!?"

Sarebbe stato un mondo di spingere il confronto tra occidente e oriente in direzione del massimo comune multiplo, invece che - come pare stia avvenendo per il momento - verso il minimo comune denominatore. E questo ci conduce direttamente al secondo punto della riflessione.

L'argomento "proibiamo X perchè il paese A non autorizza Y" è profondamente ambiguo. Non si capisce infatti se chi lo adopera biasimi il paese A per il suo scarso grado di liberalismo (e attui la proibizione nel proprio come mera, paradossale ripicca) oppure se a ben vedere lo invidi per la possibilità che esiste in esso di reprimere alcune fondamentali libertà (come quella di vestirsi come pare).

Permettetemi di citare un episodio dalla mia esperienza personale: anni fa assistetti ad una scenata da parte di un quarantenne milanese nel centralissimo negozio di dischi Ricordi. Il tale si lamentava con vigore con le cassiere per il fatto che risultasse esposta una toppa del gruppo punk Bad Religion, che potete vedere qua sotto.

Tra le argomentazioni, ovviamente: "pensi se fosse stato fatto questo con un simbolo musulmano! ci sarebbero sicuramente state proteste!". A giudicare dal suo livore, si sarebbe detto che la prospettiva di proibire qualsiasi simbolo ritenuto blasfemo (da entrambe le religioni) non gli sarebbe affatto dispiaciuta.

Tutti coloro che sono usi utilizzare questo tipo di ragionamento dovrebbero quindi avere la grazia, d'ora in poi, di uscire dall'ambiguità e di informare il pubblico su quale sia il modello di società che aspirano a realizzare. Una prima possibilità è una società liberale, in cui, come affermava John Stuart Mill (cito da Wikipedia)

un individuo è libero di raggiungere la propria felicità come crede e nessuno può costringerlo a fare qualcosa con la motivazione che è meglio per lui, ma potrà al massimo consigliarlo; l'unico caso in cui si può interferire sulla libertà d'azione è quando la libertà di uno provochi danno a qualcun altro, solo ed unicamente in questo caso l'umanità è giustificata ad agire allo scopo di proteggersi. In tal senso lo Stato è giustificato ad indirizzare la vita degli individui solo quando il comportamento di uno di essi può danneggiare gli altri. Solo in tal caso potrebbe essere giustificabile la limitazione della libertà dei cittadini da parte dello Stato

Questo è il fondamento del pensiero liberale, il quale nel nostro paese - nonostante molti amino citarlo a sproposito - non è mai stato particolarmente popolare, nè a sinistra nè a destra, forse per l'influenza fortisssima del cattolicesimo.

La seconda opzione di società (quella che il sindaco, il bagnino e il quarantenne milanese sembrerebbero preferire) è lo stato etico: quello in cui le azioni devono conformarsi a quanto imposto dal superiore potere statuale e collettivo. E così risultano proibite molte azioni innocue, che palesemente non danneggianno in alcun modo gli altri, solo per il fatto che non piacciono alla maggioranza.

Come indossare un ridicolo costume da bagno che ti copre dalla testa ai piedi. O cucirsi sullo zainetto, a 16 anni, una toppa dei Bad Religion.

Foto | Flickr.

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