La regolarizzazione delle badanti? Una bufala. E per gli anziani di domani si annuncia un futuro tragico


Da pochi giorni è entrata in vigore la legge per la regolarizzarizzazione delle badanti, e da domani 1 settembre sarà possibile presentare le domande (anche su Internet). I dati affermano infatti che nel nostro paese, oltre alle circa seicentomila badanti regolari, vi sono almeno altrettante collaboratrici irregolari.

La manovra d’estate 2009 prevede un pagamento forfettario di 500 euro per ogni regolarizzazione da parte del datore di lavoro o da un altro componente della famiglia, con l’obbligo che esso continui ad occupare questi lavoratori alla data di presentazione della denuncia con un orario lavorativo non inferiore alle 20 ore settimanali.

A chi è ignorante in materia di assistenza sociale, questa legge potrebbe anche sembrare una soluzione al problema della cura dei non autosufficienti. La verità è invece che si tratta di un provvedimento ampiamente inadeguato, per usare un eufemismo. Vediamo perché dopo il salto.

Innanzitutto, il costo della regolarizzazione è proibitivo per la stragrande maggioranza delle famiglie italiane, in quanto un’assistente familiare co-residente costa, contributi compresi, tra 1.000 e 1.300 euro al mese. Aggiungendo le spese di vitto e alloggio, ci si avvicina ai 1.500 euro mensili, secondo le stime di Sergio Pasquinelli. Pochissime famiglie, anche laddove siano presenti più redditi da lavoro, sono in grado di spendere tanto denaro.

La presenza di badanti in nero rappresenta inoltre una necessità dovuta ad un buco assistenziale da parte dello Stato, in quanto l’unica alternativa a questa forma di cura è l’assistenza di un membro della famiglia (la donna al 99 per cento dei casi) con il suo eventuale ritiro dal mercato del lavoro, che è esattamente quello che succede nel nostro paese.

I ricoveri costituiscono una realtà marginale, che non vale nemmeno la pena di citare, perché i loro costi sono ben sopra i duemila euro, toccando in alcuni casi vette di cinquemila per gravi casi di non autosufficienza.

Stando a quanto raccontano i dati, nessuna generazione, prima di quella nata alla fine degli anni quaranta, si è trovata ad occuparsi di anziani tanto numerosi e tanto compromessi dal punto di vista della propria autosufficienza. L’esigenza di cura è spesso non momentanea, e alla famiglia viene richiesta un’ assistenza costante e di lungo periodo.

Pertanto al problema del costo se ne aggiunge un altro ancora più cruciale: quando queste donne cinquantenni-sessantenni, tra qualche anno, cominceranno ad avere bisogno loro stesse di assistenza o almeno di riposo, chi le assisterà, dal momento che i figli saranno sempre di meno e i genitori sempre meno autosufficienti? Date un’occhiata alla tabella qua sotto.


Ciò induce a prevedere che in futuro milioni di anziani e di vecchi saranno poco tutelati e assistiti. Forse qualcuno di loro finirà per considerare di buon occhio la prospettiva di un decesso rapido, per risparmiare una lunga e dolorosa degenza ed enormi sacrifici economici e sociali ai suoi familiari.

Tornando alla regolarizzazione delle badanti, essa risulta inutile perché poche famiglie potranno soddisfare le richieste previste dalla legge, e quindi una grandissima parte della badanti rimarrà in nero o verrà regolarizzata in grigio (cioè il datore paga regolarmente una parte di ore e il resto rimane in nero). Se si verificasse il secondo caso, è lecito aspettarsi una serie infinita di ricorsi al tribunale del lavoro per contributi non pagati.

Il problema di questa legge (così come del protocollo sul welfare) è che non viene affrontato il problema alla radice. Eppure le soluzioni esistono: in parlamento sono già presenti e dimenticati due o tre progetti di legge (proposti da entrambi gli schieramenti) per un “Fondo non -autosufficienti”, il che alla luce delle considerazioni svolte finora risulta ancora più fondamentale per il futuro del nostro paese.

Il fondo, che servirebbe a finanziare voucher per ricoveri o assistenti familiari pienamente regolarizzate, richiederebbe cifre sostanziose: almeno un miliardo e cinquecento milioni di euro.

Alcuni autori hanno suggerito, per uscire dall’impasse, di attingere risorse dall’indennità di malattia dei lavoratori. A molti tra i lettori questa prospettiva potrebbe far accapponare la pelle: essi dovrebbero tuttavia considerare che la vecchiaia è una prospettiva inevitabile per ognuno di noi, e che la possibilità di avere un giorno bisogno di badante e/o dei ricoveri è ben più concreta di quanto possa sembrare .

L’utilizzo di altre fonti economiche per finanziare il fondo sembra infatti preclusa: una maggiore tassazione o una riorganizzazione della spesa pubblica, se mai dovessero essere attuate, dovrebbero infatti servire a finanziare altri sistemi di welfare di cui il sistema italiano ha grande bisogno, come reddito minimo o sussidio di disoccupazione.

Qualcuno potrebbe rispondere: “Allora tagliamo gli stipendi ai parlamentari, aboliamo le Province, riduciamo Comuni e Regioni!”. Belle intenzioni, che però sono evidentemente di difficile realizzazione e – ciò che più importa – risulterebbero probabilmente non sufficienti alla copertura strutturale del Fondo.

In altre parole, sembra necessario rinunciare ad alcune garanzie, per ottenerne in cambio altre. Soprattutto se non si vuole che la generazione dei giovani di oggi – già ampiamente svantaggiata rispetto ai suoi genitori nel campo del mercato del lavoro – si trovi un domani ad essere anche la coorte di vecchi più trascurata della storia d’Italia.

Si ringrazia F.G. per la collaborazione all'articolo

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