Caso Boffo: vittoria di Pirro per Berlusconi

E’ successo quel che doveva succedere. Ma le dimissioni del direttore de l’Avvenire Dino Boffo, se da una parte illudono Feltri di avere segnato il punto della partita, dall’altra, non spostano i “giochi”a favore di Berlusconi.

E’ la classifica vittoria di Pirro. Perché?

Innanzi tutto perché l’aggressione a Boffo (non è stato lui a rovistare sotto le lenzuola del Premier, si è limitato a commentare che non è cosa bella che il capo del Governo italiano si trastulli a letto con le escort) compatta la Chiesa. Che su Berlusconi era divisa. E la compatta dalla testa ai piedi perché reagisce a un attacco che vuole limitarne la libertà di espressione e di testimonianza.

Non è stata la Chiesa (stavolta) a confondere giudizi morali e politici. Più che mai vale il detto che la Chiesa perdona, ma non dimentica.

Poi l’affaire lascia l’amaro in bocca alle componenti ex dicì del Pdl che, costrette a tacere tacciono, ma si rifaranno alla prima occasione con il … voto segreto.

Infine si riconferma il vero dato politico: Berlusconi non accetta critiche da nessuno e di nessun tipo. E’ come il cartello dell’Enel: “Chi tocca i fili muore!”.

Di fatto si riconferma il “particolare” senso democratico del Cav. La concezione che Berlusconi ha della democrazia stride con la democrazia stessa. Ci sarà un motivo se uno come Fini, cioè il numero due del Pdl, è insofferente e vede il proprio partito (cioè lo stesso del Premier) come una caserma in cui comanda sempre e solo uno solo?

Il limite di Berlusconi non è quello di voler scalare tutte le vette del potere politico ma quello di voler “comandare” l’Italia come fosse una delle sue tante aziende. La pretesa di comandare è più forte di lui. E per comandare tutto e tutti, uno così, è disposto a tutto.

Anche a calzare l’elmetto e brandire la spada ai quattro venti. Qualcosa raccoglie. Ma chi semina vento raccoglie tempesta.

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