Leggiamo la Costituzione: l'appello sulla libertà di stampa di Repubblica e l'articolo 21 (decima parte)

Firma della Costituzione

[Le "puntate" precedenti: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte, settima parte, ottava parte, nona parte]

Possiamo trarre, a questo punto arrivati, alcune conclusioni. Si può affermare, innanzitutto, che la libertà di stampa, profilo della più ampia libertà di manifestazione del pensiero riconosciuta e garantita dall'articolo 21 della Costituzione italiana, ha un ruolo fondamentale per la democrazia. Essa, in primo luogo, in quanto contenuto della libertà di espressione, costituisce una manifestazione insopprimibile della dignità umana e, come tale, va tutelata nel modo più ampio possibile. In secondo luogo, tale libertà consente la diffusione delle informazioni relative ai fatti (o alle interpretazioni correnti dei fatti) che abbiano rilevanza per la gestione della cosa pubblica.

In un ordinamento nel quale la sovranità appartiene ai cittadini, questi ultimi devono continuamente vigilare affinchè i propri rappresentanti esercitino in modo responsabile le funzioni che sono state loro delegate. La stampa, insieme a tutti gli altri mezzi d'informazione, assolve, pertanto, un ruolo insostituibile: essa dà all'opinione pubblica la "vista" sui fatti. Proprio per questo il pluralismo della stampa e, più in generale, delle fonti di informazione è una condizione necessaria per la sopravvivenza di una sana democrazia.

L'appello di Repubblica evidenzia un problema che non può essere liquidato senza un'attenta osservazione delle condizioni in cui attualmente versa l'informazione in Italia. Su questo versante, assistiamo quotidianamente ad episodi molto inquietanti. E la decisione del Presidente del Consiglio di citare in giudizio, al fine di ottere un risarcimento di considerevole entità, un giornale che gli ha posto delle domande riguardanti fatti che hanno una indubbia rilevanza pubblica non può che destare preoccupazioni, poiché le pressioni che il Capo del Governo può esercitare sui giudici chiamati a decidere la causa sono, com'è evidente, notevoli. Esiste, poi, una ragione d'inopportunità che avrebbe dovuto indurre il Premier ad astenersi da simili iniziative.

Egli, infatti, attualmente si avvale, sebbene solo sul piano penale, della speciale immunità garantitagli dal cosiddetto "lodo Alfano", che lo mette al sicuro dagli esiti di eventuali querele per diffamazione o per calunnia. Poco importa se, nel caso specifico, Berlusconi si è rivolto alla magistratura civile per chiedere i danni. Probabilmente egli avrebbe potuto anche querelare il giornale in sede penale, visto che, stando alla lettera della legge n. 124 del 2008 (il "lodo Alfano"), sono "sospesi" soltanto i processi instaurati "nei confronti" dei soggetti che rivestano le più alte cariche dello Stato (tra cui, innanzitutto, lo stesso Presidente del Consiglio), ma non quelli avviati da questi ultimi avverso terzi...

Quel che non può accettarsi è la straordinaria disparità di mezzi in campo. Ad essere in crisi non è più soltanto la libertà di stampa, ma altri fondamenti dello Stato di diritto, come l'eguaglianza formale e il principio di legalità. Sono queste preoccupazioni che dovrebbero riguardare tutti i cittadini, non soltanto coloro che hanno idee politiche diverse da quelle del Premier. La difesa dei principi fondamentali della democrazia costituzionale non è un compito che può essere trascurato per calcoli o per mere simpatie politiche.

E' un atto imposto dal dovere di fedeltà alla Repubblica (a sua volta previsto dall'articolo 54 della Costituzione, ma in realtà presupposto dall'intero ordinamento democratico). Non curarsi della progressiva perdita delle libertà e delle sempre più numerose ed evidenti diseguaglianze riscontrabili in ogni ambito della vita sociale significa abdicare alla propria porzione di sovranità. Significa rinunciare alla propria dignità.

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