Ballarò, Porta a Porta, Mauro Masi: breve storia del consenso a mezzo RAI

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Il Direttore Generale della Rai, Mauro Masi, si mette in fila tra gli scherani più realisti del re: non che ci sia nulla di male, in fondo è lì per quello:

"Mi assumo per intero la responsabilità di aver anticipato in prima serata la puntata di "Porta a porta" e del rinvio di "Ballarò"". Il direttore generale Rai Mauro Masi si fa carico del flop di ascolti che ha affondato il salotto di Vespa, ospite Silvio Berlusconi, e dunque della rivoluzione dei palinsesti

Sulla imbarazzante puntata di Porta a Porta - mai titolo fu più appropriato, in fondo, si consegnavano degli immobili... - e sugli slittamenti di Ballarò, abbiamo scritto diffusamente in passato. Una vicenda che mette di fronte ad una realtà che molti si ostinano a non vedere.

Il controllo totale dell'informazione televisiva di stato, che l'attuale Presidente del Consiglio gestisce a piacimento, modificando palinsesti, e nominando direttori - ma in quello non è diverso dai 60 scorsi anni di DC. Vediamo come...

"In Rai? Non sposterò nemmeno una pianta". Parola di Silvio Berlusconi, qualche anno fa. In compenso nella televisione di Stato, al contrario dei vegetali a foglia verde, le nomine sono da sempre collegate al vento che tira in quel periodo. Un tassello troppo importante, quello del consenso plasmato per via catodica, per lasciarlo indipendente.

Certo, ci si arriva per gradi all'attuale situazione: Rai Uno, trasmette dal 3 gennaio 1954, bisogna attendere il 1961 per Rai Due, e il 1979 per Rai Tre. Chi ha qualche anno in più, si ricorda il tempo in cui c'era "il primo canale", "il secondo", e basta. Niente Blob, niente TgR, niente Gabriele La Porta e deliri notturni in stile Fuori Orario di Ghezzi.

Nata e cresciuta, e sviluppatasi oltre che per la storiella del "servizio pubblico", anche per uno scopo pedagogico nei confronti degli italiani, popolo rurale, incolto, una nazione agricola e semianalfabeta, la Rai col tempo è passata da essere quello che racconta Enrico Vaime in questa grande intervista

Che cosa facevi in Rai (stiamo parlando degli anni 50/60, ndr)?
«Chiamavo la sede di Trieste e dicevo”Sei pronto? Ti passo la linea”. E pensare che gli orali li avevo fatti su Svevo e gli scritti su Eugène Ionesco. Per l’ultimo colloquio avevo incontrato Ungaretti, Bertolucci, Moravia e Pasolini»

ad essere un serbatoio di consenso, clientele, gestione del potere. Una macchina da voti e da controllo sociale che entrava nelle case di tutti gli italiani. Con qualche nicchia lasciata scoperta, in cui si infila un altro tipo di potere, restandoci schiacciato, ghettizzato, anzi: ghezzizzato, pensando sempre a Blob, Rai Tre, Fuori Orario e dintorni.

Già, ma quando partono queste spartizioni? Quando si inizia a fare di via Teulada quello che vediamo oggi? Parliamo di Direttori Generali, per intenderci, quelli che non solo spostano le piante allegoriche del nostro presdelcons, ma gestiscono il Potere con la P maiuscola.

Dopo il periodo iniziale, in cui si susseguono alcuni DG di caratura mostruosa, rispetto a quanto vediamo oggi - uno su tutti, Rodolfo Arata: su wikiquote, ci sono delle sue citazioni, dateci un occhio, come questa

La civiltà si misura dal grado in cui il pensiero può esprimersi liberamente; il che naturalmente suppone in chi se ne fa iniziatore o portatore maturità e senso di responsabilità

si arriva a Ettore Bernabei. Tenete a mente le date: 1961 - 1974. E' il regno di Bernabei. Nel 1961, nasce Rai Due, il secondo canale.

Bernabei, cattolico, lo vuole su quella poltrona sempre più importante Fanfani, democristiano, per tenere salde in mano le leve del Potere di cui dicevano qui sopra: e Bernabei lavora di fino. Questo post dal titolo esemplare di Tv Blog, "Ettore Bernabei, il censore della Rai", ce lo racconta benissimo, condivisibile sillaba per sillaba.

Di lì in poi, è il d-day, l'inizio della fine, che ci porta fino ad oggi: tra un Biagio Agnes - eccezionale questo pezzo di Alberto Statera su Repubblica di qualche tempo fa -

Francamente sarebbe riduttivo confinare Biagio Agnes al ruolo di erogatore istituzionale di piaceri finanziari al giro del potere (...) ha una storia ben più complessa (...) esercitò il potere vero: fare i ministri, i direttori di giornale, persino poter uccidere, soltanto ferire o, se del caso, gratificare, l' astro televisivo emergente Silvio Berlusconi. (...) Ettore Bernabei ha raccontato così a Giorgio Dell' Arti la nomina di Biagione alla Rai: «Willy De Luca morì d' infarto (...) De Mita mi fa: "Chi nomineresti ?". Io subito: "Biagio Agnes". E lui: "Diranno che è amico mio. Figurati, è pure avellinese". Io risposi: "Guarda, che t' illudi che uno possa fare il direttore generale della Rai senza essere amico del partito di maggioranza. Certo, la nomina non dovrebbe seguire procedure camorristiche"

No, macchè camorra. Solo logiche clientelari. L'amico, dell'amico, dell'amico. Così è ok, e ci si ritrova in un paese totalmente antimeritocratico, ma mica per colpa della Rai. E si arriva fino ai Baldassarre (Presidente, non DG) e ai Saccà - memorabili a tal proposito le intercettazioni con Silvio Berlusconi a tema vallette da piazzare - e oggi a Mauro Masi.

In un climax, in cui dalla lottizzazione di un Paese intero, si passa a una strategia clientelare più piccina e impudica, che comprende anche prendersi le colpe di aver perso una battaglia di palinsesti forse neanche voluta. E' il caso di Ballarò e Porta a Porta.

Foto | flickr

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