Rassegna stampa estera: l'attacco ai militari italiani in Afghanistan


L'attacco suicida contro un convoglio dell'esercito italiano a Kabul ha ovviamente rappresentato un evento di importanza internazionale, e alcuni giornali stranieri hanno pubblicato degli interessanti commenti sulle possibili conseguenze di questo avvenimento.

Il Times ha sollevato il sospetto che il fatto che ad essere colpiti siano stati proprio gli italiani non sia stato un caso, ma parte di una più ampia strategia:

Nel mezzo del lutto nazionale per la morte di sei soldati italiani per mano di un kamikaze a Kabul questa settimana, un pensiero inconfessabile è passato per la testa di molti italiani: l’Italia è stata colpita dai Talebani nella convinzione che essa costituisca l’“anello debole”? (..)

L’attacco, il più grave fino ad ora nei confronti del contingente afghano dell’Italia, porta il numero di morti italiani a 20, e ha immediatamente resuscitato le memorie traumatiche dell’attacco degli accampamenti italiani di Nassirya, in Irak, del novembre 2003, la più grave perdita di soldati italiani fin dalla seconda guerra mondiale. Non molto tempo dopo Berlusconi, che era presidente del consiglio anche allora, annunciò che l’Italia avrebbe cominciato a ritirare i suoi 3000 uomini dall’Irak nel settembre 2005, benché fosse un fedele alleato dell’allora presidente degli Stati Uniti George Bush

Sullo stesso punto ha insistito anche il francese Le Monde, che però ha rilevato come questo fenomeno sia comune a tutti i paesi dell'alleanza occidentale:

E’ un meccanismo ormai ben rodato. La morte di sei soldati vittime di un attentato suicida a Kabul, giovedì 17 settembre, ha immediatamente rilanciato in Italia il dibattito sulla presenza di un contingente in Afghanistan, suscitando divergenze di opinione all’interno dello stesso governo. (..) L’Italia non è un caso isolato. Per tutti i paesi impegnati in Afghanistan, il numero crescente di perdite significa una rimessa in questione. I governi coinvolti vedono aprirsi un altro fronte, altrettanto incerto della guerra contro i talebani

Sempre in Francia, Le Point è andato a chiedere ad un esperto italiano un ragguaglio sulle diverse posizioni presenti in seno al governo riguardo alla possibilità di un ritiro:

Secondo Raffaello Matarazzo, ricercatore dell’istituto di politica internazionale, ci sono tre posizioni all’interno della coalizione. Quella di Bossi “che vuole rinforzarsi politicamente in vista delle regionali del marzo 2010, sfruttando l’opposizione del 55% degli italiani alla presenze in Afghanistan” (prima dell’attentato). Quella, più nazionalista, del ministro La Russa, “sostenitore del restare, non foss’altro che per rendere onore ai soldati uccisi”. E quella di Franco Frattini, il capo dellla diplomazia, preoccupato in caso di ritiro di una rottura tra l’Italia e lo schieramento occidentale, in un momento in cui, per gli Stati Uniti e l’Europa, l’Afghanistan e il Pakistan costituiscono una priorità strategica. “In mezzo, Berlusconi, in difficoltà nei sondaggi, fa da mediatore. Per rassicurare un’opinione pubblica sotto shock, che attende una risposta chiara e forte, con questa idea della “transition strategy” da l’impressione di prendere l’iniziativa”, ha affermato Matarazzo. Secondo l’esperto, “bisogna distinguere tra quello che dice oggi e quello che dirà tra una settimana, il termine è sufficientemente ambiguo per lasciargli un margina di manovra, anche nei confronti degli alleati. D’altra parte Gianni Letta (..) è andato a rassicurare l’ambasciatore americano del carattere immutato della posizione italiana

E' sempre il Times, invece, ha concentrare l'attenzione su alcuni aspetti tendenzialmente trascurati dai media italiani: il rapporto problematico tra soldati italiani e civili e funzionari locali.

Parte dell’indignazione sulla scena dell’attentato di Kabul è stata diretta agli italiani, per il fatto di essersi offerti come un obbiettivo ovvio nell’animato quartiere civile. “E’ tutta colpa loro”, ha gridato un negoziante afghano, “Guardate questi civili macellati dall’esplosione. Perché guidano di giorno in zone piene di gente?” (..) Ci sono stati accesi litigi tra i soldati italiani che raccoglievano prove dalla scena dell’esplosione e gli investigatori afghani, che hanno cercato di prelevare alcuni dei detriti per le proprie indagini. I soldati italiani hanno costretto gli afghani a lasciare tutte le macerie a loro

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