"Time" e la crisi della sinistra europea: particolarità e tratti comuni del declino dell'opposizione italiana


Il settimanale americano "Time" ha dedicato alla crisi della sinistra europea un interessante articolo dal titolo beffardo: "Left Behind". In un periodo in cui si sprecano fiumi di inchiostro sulle ragioni della paralisi del PD, può essere interessante approfittare di questo pezzo per situare il caso italiano nel più generale contesto europeo.

Secondo l'autore Josef Joffe oltre a più banali ragioni di carattere strutturale (il declino delle tradizionali basi sociali dei partiti di sinistra), ce ne sono altre, più interessanti, che riguardano il posizionamento relativo dei partiti sullo spettro politico:

Dappertutto i conservatori o i cristiano-democratici si sono spostati verso sinistra. Ci hanno dato una socialdemocrazia senza i socialdemocratici. Sono diventati pro-welfare e ambientalisti; si sono perfino appropriati lentamente – ma con decisione – delle rivendicazioni culturali della sinistra, come i diritti dei gay e il femminismo

Perché gli elettori dovrebbero comprare a sinistra, quando possono ottenere quello che vogliono da gente come Cameron o la Merkel? Quand’è l’ultima volta che avete sentito parlare di radicali riforme pro-mercato da parte di Sarkozy o Berlusconi?

Se si guarda all'Europa in generale, c'è molto di vero nell'interpretazione del Time. Se si pensa invece all'Italia in particolare, il quadro non sembra combaciare perfettamente.

Da un lato è infatti vero che con il suo quarto governo Berlusconi e la sua cricca hanno abbandonato qualsiasi velleità di liberalismo economico fosse rimasta loro, ma hanno finito per abbracciare un conservatorismo puro e semplice, ammantato di tanto in tanto da qualche iniziativa dal sapore (ma soltanto dal sapore) redistributivo ("Robin Tax", "Social Card", ecc.).

Sotto tutti gli altri punti di vista però - compresi quelli più "culturali" come diritti dei gay e questioni riproduttive - il governo italiano resta di gran lunga il più destrorso dell'Europa occidentale, come dimostrò inequivocabilmente qualche anno fa la mancata nomina di Rocco Buttiglione a commissario europeo.

Da entrambi i punti di vista potrebbe sembrare che, perlomeno a livello teorico, la situazione italiana possa essere più vantaggiosa per la riscossa di una forza di sinistra. E invece la desolante situazione del PD è sotto gli occhi di tutti. Perchè?

Le ragioni sono tantissime, ma in questo contesto se ne possono sottolineare due. Il PD non può pretendere di affrontare il conservatorismo economico del centrodestra con un sfumatura appena più "sociale" della stessa ricetta. Dovrebbe avere il coraggio di spendere buona parte delle energie in una linea welfarista, che faccia delle proposte di riforma dello stato sociale di Boeri ed Ichino (che prevedono più welfare per molti oggi da esso esclusi) la propria colonna portante.

Questo significherebbe però andare contro a molti riflessi pavloviani della sinistra italiana, dalla difesa a priori del sindacato alla strenua resistenza ad ogni ipotesi di innalzamento dell'età pensionabile per quei baby-boomers che costituiscono buona parte dei suoi elettori - oltre che delle sue élite.

In secondo luogo, allo strenuo conservatorismo del centrodestra sulle questioni più culturali il PD non riesce a contrapporre niente di meglio dello spettacolo delle proprie divisioni interne - DICO docet. Questo deriva in parte dall'ingombrante e peculiare eredità storica del centro cattolico italiano, e in parte da caratteristiche obbiettive dell'elettorato del Bel Paese che, come facevamo notare in uno dei primissimi post di Polisblog, è molto più religioso (e meno libertario) dei suoi omologhi europei.

In sintesi, dunque, lo stato pietoso della sinistra italiana deriva solo in parte da processi in azione in tutto il continente: anche in questo fenomeno risalta infatti grandemente l'eccezionalità del caso italiano. O, per dirla in un altro modo, le eccezionali manchevolezze del Partito Democratico.

Foto | Flickr.

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