Intervista – Antonio Padellaro a polisblog: “Il Fatto si occuperà di Anno Zero e Report”



In edicola, domani, arriva Il Fatto. Quotidiano sul quale noi di polisblog nelle precedenti settimane abbiamo a lungo ragionato. Per completare l’analisi preventiva abbiamo deciso di rintracciare Antonio Padellaro, direttore del giornale, con il quale abbiamo provato a fare un punto su quanto lui e la sua illustre redazione sta lavorando.

Durante la lunga chiacchierata, la cui trascrizione trovate di seguito, abbiamo provato a capire perché ad oggi i giornali migliori siano a destra. Perché quelli, tendenzialmente, di sinistra non abbiamo fatto sapere ai propri lettori che esiste un Fatto. E perché la notizia su Dino Boffo andasse data.


Mario Adinolfi sostiene che, al momento, i quotidiani migliori siano quelli di destra. Anche lei li preferisce a quelli di sinistra?

Io preferisco il giornalismo interessante. Quello fatto bene che da le notizie. Quello brillante. Titoli che si fanno leggere. Tutto ciò che è scontato, noioso e banale non è giornalismo.
Ora, effettivamente a destra c’è un tentativo di rinnovare un po’ certi schemi. Spesso si cade nella volgarità. Nel linguaggio prosaico però credo c’è una vivacità che non si nota nei giornali di sinistra.

Perché secondo lei Repubblica, La Stampa e L’Unità non hanno informato i propri lettori dell’arrivo in edicola de Il Fatto. Ora, tralasciando L’Unità per ovvi motivi (Antonio Padellaro dirigeva il quotidiano di cui si occupa oggi Concita De Gregorio), perché le altre testate sono rimaste in silenzio?

È una domanda a cui non so rispondere perché si tratta di due grandi giornali che hanno sicuramente nel loro Dna il fatto che la notizia si dà. E la notizia c’era. C’è stata una conferenza stampa. Molte agenzie l’hanno battuta. Diverse televisioni hanno fatto un servizio su quanto è successo.
Non so, quindi, spiegarmi il motivo. Spero si sia trattato di una distrazione. Di una dimenticanza che nel nostro mestiere può accadere.

Squadra. Tanto quanto il progetto televisivo de la7, a cui avevano aderito volti televisivi importanti, ha chiamato attorno a sé firme molto prestigiose. Non teme di scrivere solo per un elite?

No, non lo so. Mi auguro di No. Se scrivessi solo per un’elite avremmo poco lettori e invece mi auguro, ci auguriamo tutti, di averne tanti d’altra parte molti giornalisti vengono da quotidiano e settimanali con un lettorato molto ampio quindi credo che questo rischio non ci sia. Dipende anche da noi. Se non ci facciamo capire. Se usiamo il politichese. Se ce la suoniamo e ce la cantiamo questo rischio è possibile. Io credo che volendo tutti noi fornire ai lettori un prodotto che sia apprezzato il più possibile eviteremo di commettere questo errore.

Cosa differenzia il suo gruppo di lavoro dalle altre redazioni?

Io mi sono trovato a lavorare, fino ad oggi, in redazioni già formate. In questo caso il giornale non esisteva e la redazione si è realizzata con un fatto abbastanza importate: tutti i giornalisti che ne fanno parte hanno chiesto di venire magari lasciando giornali importanti e una sicurezza di lavoro che certamente qui non hanno.

A proposito di differenze. Il suo progetto è radicato anche in internet. Ci spiega come avete deciso di organizzare la narrazione? So, ad esempio che avrete uno spazio d’approfondimento quotidiano su Radio LatteMiele.

La multimedialità è un fatto acquisito per chiunque faccia questo mestiere. Mettere insieme molti mezzi di comunicazione credo che sia un’esigenza generale. Credo che noi percorriamo, quindi, una strada obbligata.
Quello che non vogliamo fare è ripetere la stessa musica su tutti questi strumenti. Ogni strumento deve avere una sua caratteristica. Oggi vediamo che grandi quotidiani non fanno altro che replicare i contenuti della carta sul web. Noi cercheremo di variare lo spartito.

Siamo alla vigilia del primo numero. Ci può anticipare gli argomenti di cui si occuperà, probabilmente, Il Fatto al suo esordio?

Per la verità no perché aspettiamo la giornata di oggi per fare il punto e scegliere il meglio. Non so. Credo che avremo delle inchieste che abbiamo sviluppato queste settimane e poi ci occuperemo dell’attualità. Ci occuperemo ad esempio quello che succede alla RAI dove ci sono trasmissioni che hanno delle difficoltà. Anno Zero. Report di Milena Gabanelli.
Il bello del giornalismo penso che sia quello di fare delle scelte sul momento. Di dare un prodotto prefabbricato. Il lettore se ne accorge subito se il prodotto è un po’ stantio.

Su cosa avete fatto le inchieste? Ce ne può anticipare una?

Le inchieste le abbiamo fatto su tante cose però non farei bene il mio mestiere se anticipassi degli articoli che è giusto che compaiano sul giornale.
È giusto che i lettori, 27mila abbonati, sappiamo per primi i contenuti del giornale.

Era a conoscenza dei pettegolezzi su Dino Boffo?

Sì. I pettegolezzi in quanto tali girano nelle redazioni dei giornali da anni. Però nessuno di noi aveva documenti che li provassero. Non ho avuto quindi modo di confrontarmi con questa notizia.

Secondo lei Vittorio Feltri ha fatto bene ha dare questa notizia?

Ha fatto bene a dare la notizia. Ha fatto il suo mestiere nel dare la notizia sulla sentenza. Ha fatto male ad accompagnare la sentenza con un’informativa anonima perché quella è una polpetta avvelenata che conteneva affermazioni tese a screditare la figura di Boffo.

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