Italia: il paese con gli ammortizzatori sociali peggiori d'Europa?


Qualche mese fa Renato Brunetta affermò - tra lo sconcerto di molti - che l'Italia aveva gli "ammortizzatori sociali migliori d'Europa". Qualche tempo dopo il ministro più amato dagli italiani sembrò cambiare idea, dichiarando "“Cambieremo questo Welfare scassato, che costa tanto e protegge solo i pensionati, poco i giovani e pochissimo le famiglie“.

Peccato non aver avuto ancora la rubrica "Veritometro" all'epoca, altrimenti avremmo potuto affibbiare un bel "falso" alla prima affermazione di Brunetta. L'ultima conferma arriva proprio in questi giorni dal rapporto della Commissione Europea "Crescita, lavoro e progresso sociale", che viene citato perfino dalla rassegna stampa del sito del governo italiano.

I dati principali riguardanti l'Italia: rischio di povertà al 20%, contro una media europea del 17; percentuale di riduzione del rischio come effetto dei trasferimenti sociali: 17%, una prestazione che ci vale il 23° posto nell'Europa a 27.

Va notato che questo indicatore (la percentuale di riduzione del rischio) è uno dei più adatti per valutare la bontà di quegli ammortizzatori sociali di cui Brunetta ha più volte discettato. Qualche dato può servire a farsi un'idea dei termini di paragone: la percentuale tocca il 60% in paesi come la Svezia, il 50 nella più vicina Francia, ma è superiore ai valori italiani perfino nella tanto bistrattata Romania. La media si aggira attorno al 35%.

Quali sono le ragioni di questa performance così disastrosa da parte del nostro paese? Non tanto la percentuale di capitali investiti, che è nella media europea, ma l'uso che di questi si fa. Paradossalmente ha ragione proprio Brunetta - nella seconda versione però, quando afferma che il nostro sistema "costa tanto e protegge solo i pensionati, poco i giovani e pochissimo le famiglie".

Il nostro è infatti uno dei paesi europei in cui più si spende per le pensioni, e allo stesso tempo uno dei pochi in cui mancano misure di sostegno contro la povertà di ultima istanza. Come nota il rapporto infatti: "in Italia non c'è il reddito minimo, che è un mezzo molto importante per combattere la povertà".

Particolarmente grave non a caso la situazione dei precari nostrani, che sono soggetti ad un rischio di povertà del 19%, di ben 6 punti percentuali più alti rispetto alla media europea.

Che cosa bisognerebbe fare? Una piccola rivoluzione: alzare l'età pensionabile, e poi riformare il mercato del lavoro e il sistema dello stato sociale nella direzione indicata, tra gli altri, da Tito Boeri: definendo un unico assegno di disoccupazione (come proposto dal PD qualche mese fa) e un reddito di ultima istanza (come quello sperimentato dal governo Prodi).

In fondo, le parole del ministro Brunetta (il secondo però!), sembrerebbero in teoria promettere qualcosa di buono: Cambieremo questo Welfare scassato, che costa tanto e protegge solo i pensionati, poco i giovani e pochissimo le famiglie. Chi scrive sarebbe estasiato di poter pubblicare un Veritometro, alla vigilia delle elezioni politiche del 2013, con la frase incriminata e la lancetta posizionata su "vero".

L'azione del governo ha dato fino ad ora ben pochi segni di una tale volontà riformatrice. Ma non è mai troppo tardi per smentirsi.

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