Leggiamo la Costituzione: speciale "lodo Alfano" (settima parte)

Palazzo della Consulta

[Le "puntate" precedenti: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte]

L'articolo 1 della legge n. 140 del 2003 (il cosiddetto "lodo Schifani") stabiliva, nel suo primo comma, quanto segue: "Non possono essere sottoposti a processi penali, per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione, fino alla cessazione delle medesime: il Presidente della Repubblica, salvo quanto previsto dall'articolo 90 della Costituzione, il Presidente del Senato della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati, il Presidente del Consiglio dei ministri, salvo quanto previsto dall'articolo 96 della Costituzione, il Presidente della Corte costituzionale".

Il secondo comma dello stesso articolo stabiliva: "Dalla data di entrata in vigore della presente legge sono sospesi, nei confronti dei soggetti di cui al comma 1 e salvo quanto previsto dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi penali in corso in ogni fase, stato o grado, per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione, fino alla cessazione delle medesime". Il terzo ed ultimo comma prescriveva, infine, che nelle ipotesi previste dai commi precedenti si sarebbero dovute applicare le disposizioni dell'articolo 159 del codice penale, in base al quale la sospensione dei processi avrebbe determinato la sospensione dei termini di prescrizione del reato (norma molto importante quest'ultima, sulla quale torneremo).

Il "lodo Schifani" fu subito applicato ai processi penali in corso nei confronti dell'allora Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi. Proprio nell'ambito di uno di tali processi fu sollevata, in via incidentale, questione di legittimità dinanzi alla Corte costituzionale sull'articolo 1, comma 2, della legge n. 140 del 2003. Vediamo quali erano i profili di incostituzionalità evidenziati dal giudice che aveva rimesso gli atti alla Corte.

1) Si lamentatava, innanzitutto, la violazione dell'articolo 3, comma 1, della Costituzione ("Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali"), in relazione all'articolo 112, il quale stabilisce che "Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale". La regola secondo cui contro alcuni soggetti che ricoprono alte cariche istituzionali non può essere esercitata l'azione penale veniva vista, in sostanza, come lesiva del principio fondamentale di eguaglianza.

2) Si denunciava, in secondo luogo, la lesione degli articoli 68, 90 e 96 della Costituzione. Il "lodo Schifani" attribuiva, infatti, alle persone che ricoprissero una delle menzionate alte cariche dello Stato una prerogativa non prevista dalle suddette disposizioni costituzionali (che appunto riconoscono forme di guarentigie e immunità per i parlamentari, il Presidente della Repubblica e i componenti del Governo). Tali articoli, sempre secondo quanto sostenuto nell'atto introduttivo del giudizio costituzionale, erano stati di fatto modificati con una legge ordinaria, in violazione di quanto previsto dall'articolo 138 della Costituzione, secondo cui per modificare disposizioni costituzionali è necessaria una legge costituzionale, approvata con proceduta aggravata.

3) Infine, si evidenziava la violazione degli articoli 24, 111 e 117 della Costituzione, perché la norma della legge n. 140 del 2003 non consentiva l’esercizio del diritto di difesa da parte dell’imputato e delle parti civili (l'articolo 24, sei suoi primi due commi, prevede, infatti, che "Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento"; l'articolo 111 riconosce, poi, i principi del "giusto processo"). Il riferimento all'articolo 117, comma 1, della Costituzione era un richiamo al limite degli "obblighi internazionali", che devono essere rispettati anche dalla legge statale. E tra questi obblighi rientra anche quanto previsto, a tutela dello stesso diritto di difesa, dalla Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

I motivi di incostituzionalità del "lodo Schifani" erano, dunque, davvero tanti: si trattava - secondo l'atto introduttivo del giudizio costituzionale - di una normativa contenente disparità incostituzionali, lesive del principio di eguaglianza, introdotte in spregio della rigidità costituzionale e incompatibili con le esigenze di difesa degli stessi soggetti interessati. Cosa decise, in quella occasione, la Corte costituzionale? (Continua...).

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