Leggiamo la Costituzione: speciale "lodo Alfano" (ottava parte)

Palazzo della Consulta

[Le "puntate" precedenti: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte, settima parte]

Nella sentenza n. 24 del 2004, la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1, comma 2, della legge n. 140 del 2003 (il "lodo Schifani"), per violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione. Il ragionamento sviluppato nella motivazione della sentenza è il seguente.

La sospensione dei processi prevista dalla norma impugnata è - dice la Corte - "generale, automatica e di durata non determinata". E' generale perchè essa "concerne i processi per imputazioni relative a tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi, che siano extrafunzionali, cioè estranei alle attività inerenti alla carica". E' automatica in quanto "la norma la dispone in tutti i casi in cui la suindicata coincidenza si verifichi, senza alcun filtro, quale che sia l’imputazione ed in qualsiasi momento dell’iter processuale, senza possibilità di valutazione delle peculiarità dei casi concreti". E, infine, tale sospensione non ha una durata determinata.

Per tutti questi motivi, tale misura creava un regime differenziato riguardo all’esercizio della giurisdizione penale. La Corte ha ritenuto che "L’automatismo generalizzato della sospensione incide, menomandolo, sul diritto di difesa dell’imputato, al quale è posta l’alternativa tra continuare a svolgere l’alto incarico sotto il peso di un’imputazione che, in ipotesi, può concernere anche reati gravi e particolarmente infamanti, oppure dimettersi dalla carica ricoperta al fine di ottenere, con la continuazione del processo, l’accertamento giudiziale che egli può ritenere a sé favorevole, rinunciando al godimento di un diritto costituzionalmente garantito (art. 51 Cost.)". Ed ancora ha osservato come, "in considerazione dell’interesse generale sotteso alle questioni di legittimità costituzionale", fosse del tutto ininfluente "l’atteggiamento difensivo assunto dall’imputato nella concretezza del giudizio". In sostanza, ad essere leso era lo stesso diritto di difesa dei soggetti interessati dall'immunità, che si venivano a trovare costretti a lasciare l'incarico per potersi difendere in giudizio.

La Corte ravvisava anche altri vizi di incostituzionalità. Innanzitutto, reputava violato il diritto della parte civile, che doveva comunque soggiacere alla sospensione prevista dal comma 3 dell’art. 75 del codice di procedura penale. Inoltre, la sospensione indeterminata del giudizio si mostrava lesiva anche del principio di ragionevole durata del processo, riconosciuto dall'articolo 111, comma 2, della Costituzione. Infine, l'assimilazione in una disciplina unica di cariche diverse sia per le "fonti di investitura" sia per la "natura delle funzioni" e la distinzione dei Presidenti delle Camere, del Consiglio dei ministri e della Corte costituzionale rispetto agli altri componenti degli organi da questi presieduti costitutivano altri motivi di irragionevole disparità di trattamento. Che differenza c'è, sotto il profilo dell'esigenza al sereno esercizio delle funzioni istituzionali, tra il presidente della Camera ed un comune parlamentare?

La Corte dichiarava assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale (si pensi alle lamentate violazioni degli articoli 3 e 112, 111 e 138, ecc.). Il che significa che essa non si pronunciava sugli altri vizi rilevati dal giudice che aveva sollevato la questione. La Corte, infatti, ricorre all'istituto dell'assorbimento dei vizi di incostituzionalità per ragioni di economia processuale. Una volta annullata una legge perchè lesiva di un articolo della Costituzione, non è necessario dichiarare la sua incompatibilità anche con tutte le altre disposizioni costituzionali richiamate nell'atto introduttivo del giudizio. E' bene sottolineare questo aspetto: sugli altri profili di incostituzionalità della legge n. 140 del 2003 la Corte non ha detto nulla. Non si è pronunciata. E, dunque, non ha affatto "assolto" il "lodo Schifani".

Infine, nella stessa sentenza n. 24 del 2004, la Corte ha pronunciato, in via conseguenziale (ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, che consente appunto di indicare "le altre disposizioni legislative, la cui illegittimità deriva come conseguenza dalla decisione adottata"), la dichiarazione di illegittimità costituzionale dei commi 1 e 3, non direttamente impugnati, dell’art. 1 della legge n. 140 del 2003. Il comma 3, in particolare, prevedeva - come si è visto - la sospensione della prescrizione per il tempo di applicazione delle misure di cui ai primi due commi. Venuti meno questi, tale previsione non aveva, secondo la Corte, più alcuna autonomia applicativa.

Pertanto, annullata la previsione della sospensione dei termini di prescrizione, il periodo in cui di fatto il "lodo Schiani" aveva spiegato i suoi effetti è stato conteggiato ai fini della prescrizione dei reati imputati al Presidente del Consiglio dei ministri. Con quali effetti è facile intuire. (Continua...).

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