Leggiamo la Costituzione: speciale "lodo Alfano" (nona parte)

Palazzo della Consulta

[Le "puntate" precedenti: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte, settima parte, ottava parte]

Che differenza c'è tra il "lodo Schifani" e il "lodo Alfano"? La legge n. 124 del 2008 contiene alcune disposizioni che intendono superare i rilievi espressi dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 24 del 2004. Innanzitutto, l'articolo 1, comma 2, prevede che "L’imputato o il suo difensore munito di procura speciale può rinunciare in ogni momento alla sospensione" (come ha di recente fatto, in riferimento ad un procedimento per diffamazione, il Presidente della Camera Fini). In questo modo, si intende garantire il diritto di difesa dei soggetti che rivestono le alte cariche alle quali la misura si riferisce.

In secondo luogo, il terzo comma dello stesso articolo stabilisce che "La sospensione non impedisce al giudice, ove ne ricorrano i presupposti, di provvedere, ai sensi degli articoli 392 e 467 del codice di procedura penale, per l’assunzione delle prove non rinviabili". Il che significa che la misura non impedisce l'assunzione delle prove nei processi in corso (la previsione ha ancora una volta efficacia retroattiva) e in quelli futuri.

In terzo luogo, in base a quanto prevede il quinto comma dell'articolo 1, "La sospensione opera per l’intera durata della carica o della funzione e non è reiterabile, salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura né si applica in caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni". Quindi, la misura può essere utilizzata per il corso di una sola legislatura (la qual cosa mal si concilia con l'esigenza - che starebbe alla base di tale previsione - di garantire il "sereno esercizio delle funzioni"; non si comprende, infatti, perchè tale bisogno debba essere soddisfatto una sola volta e all'interno di un'unica legislatura...). In base al sesto comma dell'articolo 1, infine, la sospensione non riguarda i processi civili.

Tali novità, rispetto al "lodo Schifani", rendono la legge n. 124 del 2008 compatibile con i principi costituzionali già evocati nel corso del precedente giudizio? Secondo il Presidente della Repubblica Napolitano che, nell'autorizzare la presentazione del disegno di legge in Parlamento e, poi, nel promulgare il "lodo", ha prodotto due comunicati di accompagnamento (per la verità irrituali e alquanto discutibili), l'atto supererebbe le censure mosse dalla Corte costituzionale al precedente "lodo Schifani". In realtà, le cose non sembrano stare proprio così.

Occorre ricordare, infatti, che la Corte non ha affermato la conformità a Costituzione del "lodo Schifani" per tutti i vizi non specificamente presi in esame nel precedente giudizio. Pronunciata l'incostituzionalità della legge n. 140 del 2003 per violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione, essa ha dichiarato assorbiti tutti gli altri vizi. Ovverosia non ha ritenuto necessario soffermarsi su tali profili. Ma non ha detto nulla sulla loro fondatezza.

E, difatti, i giudici di Roma e di Milano, che hanno successivamente sollevato questioni di legittimità costituzionale sul nuovo "lodo", hanno denunciato gli stessi vizi da cui si riteneva già affetta la legge n. 140 del 2003. Innanzitutto, si lamenta la violazione del principio di eguaglianza (articolo 3); del principio di rigidità della Costituzione (articolo 138), in quanto una misura del genere doveva essere adottata semmai con legge formalmente costituzionale (innovando il sistema delle guarentigie costituzionali definito dagli articoli 68, 90 e 96 della Costituzione); del principio di ragionevole durata del processo (articolo 111), data la notevole durata degli incarichi interessati (cinque anni per il Presidente del Consiglio e i Presidenti della Camere; ben sette anni per il Presidente della Repubblica); del principio di obbligatorietà dell'azione penale (articolo 112) in relazione al principio di eguaglianza, data la generalità della misura stessa, che si riferisce a tutti i possibili e immaginabili reati extrafunzionali.

Si tratta di questioni fondate? Sarà la Corte a dirlo. E' molto importante, però, segnalare che il "lodo Alfano" contiene una norma sulla sospensione dei termini di prescrizione identica a quella già inclusa nel "lodo Schifani" e dichiarata illegittima in via conseguenziale nella sentenza n. 24 del 2004. Il quarto comma dell'articolo 1 della legge n. 124 del 2008 prevede, infatti, che "Si applicano le disposizioni dell’articolo 159 del codice penale" (che sono appunto quelle che prevedono la sospensione della decorrenza dei termini di prescrizione).

Se la Corte, come ha già fatto nel 2004, nell'accogliere le questioni principali, annullasse, in via conseguenziale anche tale previsione, ritenendola priva di autonomia applicativa, "regalerebbe" al Premier un ingiustificato periodo di più di un anno, da computare ai fini della prescrizione dei reati che gli vengono imputati. Ma tale soluzione è inevitabile?

In effetti, no. Qualche autorevole giurista ha rilevato che la norma sulla sospensione dei termini di prescrizione si sostanzia in un puro e semplice rinvio alle disposioni codicistiche. Anche se non fosse stata scritta nella legge, la suddetta sospensione si sarebbe comunque dovuta applicare in forza delle norme del codice di procedura penale. Anche nell'ipotesi in cui la Corte dichiarasse illegittimo il "lodo", per il passato gli effetti sospensivi sulla prescrizione dovrebbero comunque restare: è vero, infatti, che il processo penale avrebbe subito una battuta d’arresto in forza di una norma successivamente rivelatasi illegittima, ma quella norma avrebbe comunque provocato una stasi processuale e, quindi, anche il tempo della prescrizione dovrebbe subire una sospensione.

Si auspica, pertanto, che, qualora la Corte accolga una o tutte le questioni sollevate, essa si astenga dal pronunciare l'illegittimità conseguenziale del quarto comma dell'articolo 1. (Continua...).

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