Intervista a Antonio De Lillo - seconda parte: la rappresentazione dei giovani nell'Italia di oggi


[qui la prima puntata]

Si assiste sempre più spesso ad uscite offensive da parte di uomini politici di entrambi gli schieramenti (Padoa Schioppa e i “bamboccioni”, Brunetta e i “pecoroni”) nei confronti dei giovani. Anche i Comuni sono sempre più attivi nell’emanare ordinanze anti-giovani. Come interpreta questi fenomeni?

“Secondo me c’è una tendenza generale da parte del mondo adulto a considerare i giovani minacciosi: ma questo non avviene solo oggi, è sempre stato così. Nel campo delle politiche giovanili vi sono due strade possibili: la prima è considerare i giovani come minaccia, e attuare quindi politiche di tipo repressivo, che poi si manifestano anche verbalmente, come negli esempi che mi ha citato lei. Oppure si possono scegliere le politiche che concepiscono il giovane come una risorsa. Sto parlando di tutte le politiche attive: quelle per la casa, per la costituzione di una famiglia, per il lavoro, eccetera. L’Italia si caratterizza per le sue politiche repressive: i giovani sono visti come una minaccia, come un gruppo da tenere a bada”

Nel resto d’Europa la situazione è diversa?

“Sì. Come insegniamo noi alla facoltà di Sociologia, esistono in Europa due modelli di welfare: quello del nord Europa, universalistico, al cui interno si possono trovare tutte le politiche attive che ho citato, e quello dell’Italia e di altri paesi, che è invece basato sulla tutela di chi ha già dei diritti acquisiti. Il nostro è un welfare di tipo lavorativo: sto parlando della differenza tra la cassa integrazione (che è discrezionale, e va a beneficio prevalentemente degli adulti impiegati nelle grandi imprese) e l’indennità di disoccupazione generalizzata, che invece è universale, e può essere ricevuta anche dai giovani.
Questa faccenda è stata interpretata da molti come il sintomo di una forte differenza culturale tra due mondi: quello protestante e quello cattolico. Il primo è fondato sull’individuo, che deve quindi essere messo in grado di fruire di tutti i suoi diritti di cittadinanza. Nei paesi mediterranei la tradizione è invece il gruppo che tutela l’individuo: c’è tutta una tradizione di studi che lo mostrano, a partire dal famoso concetto di familismo amorale. Dietro c’è anche una diversa concezione culturale, che si porta dietro tutta un’enfasi sulla famiglia, sui gruppi ristretti. Da noi un giovane trova lavoro tanto più facilmente quanto più è ampia la rete di relazioni sociali dei suoi genitori”

Anche sulla stampa e tra l’opinione pubblica (qui e qui alcuni interessanti sondaggi di SWG) sembra che la categoria dei giovani sia rappresentata in maniera prevalentemente negativa – perché?

“E’ vero, anche se a questo io non darei molto peso: tutte le generazioni hanno sempre detto “i giovani non sono più quelli di una volta”. Quando ero ragazzo io, tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ’60, tutti i giovani venivano criminalizzati perché venivano considerati dei teddy boys, le mode giovanili venivano criminalizzate e via dicendo. Si tratta di un atteggiamento generalizzato che le generazioni più anziane hanno sempre avuto nei confronti dei giovani. Oggi viene percepito con più forza per ragioni demografiche (gli anziani sono sempre di più) e per il fatto che sono loro a detenere le posizioni di potere, a dirigere i giornali, ecc. E’ un fenomeno che c’è sempre stato, ma se io fossi giovane me ne fregherei. Per questo dicevo all’inizio che il problema è politico, perché se il politico si adagia sugli stereotipi – tipo quello dei bamboccioni – è evidente che non ha in mente una politica per i giovani: ha in mente invece una repressione e un contenimento della spinta innovativa che viene espressa naturalmente (per ragioni anagrafiche) da parte dei giovani. E questa innovazione a molti può far paura”

Scrivendo di questi temi da ormai un anno e mezzo per polisblog, e leggendo con attenzione le centinaia di commenti che riceviamo ai nostri post, ho però avuto l’impressione che ci sia, anche tra molte persone anagraficamente giovani una tendenza a criticare i “giovani d’oggi” che sarebbero “smidollati”, diversamente da quelli di una volta… Ne ho tratto come l’impressione che molti giovani abbiano accettato lo stigma che i più anziani hanno affibbiato loro. Lei cosa ne pensa?

“Questa è davvero la cosa peggiore: perché assumere il punto di vista dell’avversario è la cosa peggiore che si possa fare”

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO