Cota (Lega) propone una legge per il divieto del burqa. Carcere ai trasgressori, ma la sinistra insorge


Non è una novità assoluta, e ce ne siamo già occupati più volte in passato, ma la proposta di legge presentata dal deputato della Lega Nord Roberto Cota vale a riportare l'attenzione su uno degli aspetti più controversi dell'integrazione degli immigrati di religione islamica nel nostro paese. Il tutto a pochi giorni dalla clamorosa iniziativa di Daniela Santanchè contro il velo integrale; "provocazione" che le è valsa una denuncia ancora pendente.

Posto che esiste una legge della Repubblica del 1975, meglio nota come Legge Reale, che in qualche modo già disciplina la materia, qual è la vera novità della proposta Cota? Su questo, o meglio sul fatto che basti applicare le normative esistenti, si basano gran parte delle reazioni negative venute dal centro-sinistra. In particolare citiamo la senatrice Baio (Pd): "Stendiamo un velo pietoso. La Lega usa un linguaggio strumentale che non risolve nè il problema culturale nè quelo della sicurezza" e Ferranti (Pd): "È una norma incostituzionale che lede la libertà religiosa."

Ma in realtà la proposta contiene la seguente specifica: "...che non venga ammesso il giustificato motivo nel caso di indumenti indossati in ragione della propria affiliazione religiosa". Non si tratta di un rilievo da poco, in considerazione delle numerose eccezioni sollevate da singoli magistrati chiamati a decidere a riguardo. La vecchia legge infatti è estremamente lacunosa in materia, permettendo pressoché qualunque tipo di interpretazione. Ciò paradossalmente porta a una diversità di trattamento dei cittadini in base alla propria appartenenza religiosa, fatto vietato dalla nostra Costituzione.

Eppure proprio su questo, come si è visto, si concentrano molte critiche alla proposta, definita discriminatoria e razzista. Ai critici non si allinea però la vice presidente del Senato Emma Bonino, storica combattente per i diritti umani e delle donne in particolare. "Da tempo sostengo che indossare il burqa in pubblico viola le leggi dello stato in materia di sicurezza e un concetto base dello stato di diritto, quello della piena assunzione della responsabilità individuale."

Argomentazioni difficili da controbattere, e che per una curiosa coincidenza temporale si aggiungono ai recenti fatti egiziani, con il grande imam dell'università Al Azhar Mohammed Said Tantawi che ha obbligato una studentessa a togliersi il velo integrale, in quanto la copertura del volto non farebbe parte della religione islamica ma solo di alcune antiche tradizioni tribali. Questo episodio ha finalmente aperto uno squarcio di speranza per le donne mussulmane all'interno della loro stessa comunità, e anche in considerazione di questo riesce davvero difficile comprendere perché una parte della sinistra ancora si ostini ad avversare qualunque tentativo di venire loro incontro con le leggi occidentali.

Leggi che, lo ricordiamo, si ispirano alla tradizione liberale e illuminista del Vecchio Continente; tradizione che mal si accorda con la tolleranza di una così odiosa limitazione di diritto imposta alle donne da un'interpretazione religiosa di stampo estremista come quello che impone precetti medievali come il velo integrale o l'infibulazione. È nostro preciso dovere non tollerare più nulla del genere.

E se la pena prevista, il carcere, può apparire eccessiva, si sappia che si tratta di un provvedimento di facciata, evidentemente volto alla dissuasione più che alla sua applicazione reale. Le patrie galere non si riempiranno certo di donne che indossano il burqa, ma perlomeno sarà più difficile per i loro mariti mandarle in giro agghindate a quella maniera.

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