Intervista: Precarie Menti a polisblog (prima parte)

intervista precarie menti

Precarie Menti è un blog molto interessante, vi consiglio di darci un'occhiata, se ne è letto qualcosa anche su Carmilla in un primo e in un secondo intervento. Che cosa si legge da quelle parti, e soprattutto, di cosa si scrive? Trovano spazio le storie dei "lavoratori intellettuali (sotto)salariati" del ventunesimo secolo, gente che vive esattamente nelle condizioni del sottoscritto, o, in molti casi, decisamente peggio.

Peggio come gli insegnanti, o come i redattori che scrivono le notizie che ogni giorno leggete e commentate qui o sui siti dei quotidiani più blasonati. Istruzione, editoria, ricerca: settori che esattamente come tutti gli altri, hanno visto un incremento esponenziale del precariato, a fronte anche di una classe dirigente che della non disprezzabile Riforma Biagi, prendeva solo la flessibilità, sbattendosene completamente delle tutele del lavoratore.

Ho fatto quattro chiacchiere via mail con Claudia Boscolo, Barbara Gozzi, Serena Adesso e Mimmo Marino, quattro dei tanti cervelli, tutt'altro che in fuga, che gestiscono Precarie Menti - se volete, c'è anche una pagina su Facebook - buona lettura...

Genesi di Precarie Menti, e abc classico: chi siete, cosa fate, chi gestisce tutto quanto, ecc...

(Claudia Boscolo) La genesi di PrecarieMenti è indicata nel blog stesso. I nomi dei gestori sono nello stesso post. Funziona come un blog collettivo, cioè le decisioni si prendono collettivamente.

(Barbara Gozzi) Il blog è uno spazio 'aperto'. L'impegno è informare il più possibile, fornire spunti, riflessioni, testimonianze, analisi, approfondimenti. Dare 'voce' a chi finisce per non essere ascoltato in una realtà tutta italiana diversificata, ignorata o almeno dimenticata in fretta finché non tocca direttamente o da vicino. L'idea è 'non mollare la presa'.

Entro flussi di notizie, giostre di superficie, insistere con pazienza. Raccogliere 'granelli' di quello che di fatto è tutt'ora considerato 'uno scantinato lavorativo' dove finiscono, a volte, per rintanarsi menti brillanti, con tanta voglia di fare, che si districano tra mestieri, famiglie, realtà complesse, faticose e piene di ostacoli. E tutto per poter lavorare.

(Mimmo Marino) Scusami, Barbara, ma a me quel “rintanarsi” non piace...

Con la crisi tutti si lamentano. Si lamenta Confindustria, si lamentano i professionisti, e si lamenta, anzi, piange, una "classe" poco considerata. Quella dei precari intellettuali, che credo poche altre volte nella storia dell'umanità sia stata tanto umiliata e trattata con sufficienza. Raccontatemi, dal vostro punto di vista, la situazione...


(Claudia Boscolo) Basta leggere i post che abbiamo messo, non c'è granché d'altro da aggiungere. Noi siamo tutti precari della cultura e se ce ne occupiamo è perché ne siamo direttamente toccati - a parte Mimmo, che però ha una moglie precaria, per cui ne è toccato pure lui -

(Barbara Gozzi) Aggiungerei a quanto già spiegato da Claudia, che il 'lamento generale' pesa, assuefà, tende alla confusione. Al rimescolamento vuoto che aiuta chi di certe questioni non se ne vuole occupare. Generalizzare è un'arma potente, logorante. Il cognitariato precario non è realtà nuova, conseguenza o tentacolo della 'crisi'. Il cognitariato precario è ormai 'un mondo di menti che lavorano senza che lo si riconosca, questo lavoro'.

Almeno io la vedo così. Ed è un problema che affonda nel sociale, quanto nelle carenze normative, nelle gestioni professionali di chi potrebbe e rifiuta, nello Stato. É una situazione che ha molte facce, che non mischierei neanche in ragonamenti generali come questo. In editoria si lavora in diversi modi.

Nella scuola anche e così pure nel campo della ricerca. E sono tutte situazioni che meritano minori standard di comodo e maggiore impegno concreto, mirato. Lamentarsi è un modo per uscire dal guscio, a volte. Ma fermarsi lì di certo non sposta alcunché.

(Mimmo Marino) Vorrei poter aggiungere che, per quanto non sia direttamente toccato, in quanto ho un contratto a tempo indeterminato, il precariato è per me, e nel modo in cui è stato attuato in Italia, un mezzo per cercare di risparmiare sul lavoro. In quanto NON precario, mi sento offeso dalla presenza del precariato.

Non c’è motivo per cui gente che svolge il mio stesso lavoro debba essere impegnata solo 9 mesi l’anno. Mi preoccupa che l’opinione pubblica, al contrario della realtà, non si indigni più di tanto se nella società italiana c’è chi vuole fare il furbo con il sudore della gente onesta.

Ma questa è opera di chi ha saputo e voluto operare una brillante azione di comunicazione a discapito del precariato. Questo è il motivo per cui anche se NON precario voglio battermi per tutti i precari.

Uno dei fenomeni collaterali, legati al trionfo di una certa politica urlata, di una certa ignoranza crassa esibita ad usum elettorale - penso alla Lega Nord e al PdL in genere - è lo sprezzo per chiunque passi anche lontanamente per intellettuale. Si è passati da un'epoca in cui i colloqui in Rai li facevano Pasolini e Moravia, alle telefonate in cui Berlusconi piazza veline con Saccà. Come vivete questo genere di involuzione? É più forte l'umiliazione o la voglia di reagire?

(Claudia Boscolo) Io personalmente la ignoro bellamente. Non mi interessa, è un argomento vecchio, che non ha più nessuna presa. Gli spazi per fare cultura esistono ancora, basta spegnere la televisione. La Rete, è una...

(Barbara Gozzi) Rabbia, sconforto, fatica, un certo senso dell'assurdo direi. C'è tutto. Più che ragionare sulle reazioni, ormai in effetti digerite, analizzate, decontestualizzate perfino a volte, io andrei avanti. Come dice Claudia, al 'fare cultura'. É come intestardirsi sul famoso bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Piantiamola di fissarlo e decidiamo. Beviamo quello che c'è, mezzo che sia? Lo vuotiamo senza bere (tanto non ci avrebbe dissetato)? O ci alziamo, cerchiamo, proviamo di riempirlo?
(Serena Adesso) Sembrerà banale, ma io non guardo la tv. Da Pasolini e Moravia a Berlusconi e Saccà…ergo… “si stava meglio quando si stava peggio”? È al passato a cui dobbiamo di continuo volgere lo sguardo… o possiamo osare guardare avanti e creare nuove forme di fare cultura? Basta spegnere la tv e usare il web, ad esempio. O andare a cinema, a teatro, fare chiacchiere con gli amici. È un modo alternativo alla tv e si può tranquillamente fare cultura.

Fine prima parte

Foto | Flickr

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