Intervista: Precarie Menti a polisblog (seconda parte)

intervista precarie menti seconda parte

Seconda parte della nostra intervista con Precarie Menti - la prima l'abbiamo pubblicata ieri - o meglio, con alcuni degli autori coordinatori che gestiscono un contenitore, spesso tremendamente amaro, di storie di precarietà nell'editoria, nell'istruzione e nella ricerca. Buona lettura, prosegue chiaramente dopo il salto.


A volte - da "lavoratore intellettuale salariato", e io stesso precario - mi trovo a pensare, quando chiudo un pezzo all'una di notte "Va bè, ci si fa un discreto mazzo, ma la fonderia, la fabbrica, fare l'idraulico, sono un'altra cosa, sono peggio". E' questo genere di cose che mi (forse, ci) fa resistere. O forse ci stiamo sbagliando. E se fosse stata meglio la fabbrica?

(Claudia Boscolo) La fabbrica non c'entra nulla. Gli operai esistono ancora e fanno le loro lotte per la loro tutela sul loro lavoro. Noi siamo lavoratori intellettuali e ci preoccupiamo delle nostre tutele. La confusione fra l'impegno degli studenti universitari e il lavoro in fabbrica negli anni '70 ha generato un equivoco madornale, su cui come è noto si è pronunciato proprio Pasolini...


Sono robe vecchie, noi abbiamo altri cazzi per la testa. Chi vuole andare in fabbrica ci vada. Questo è un paese dove anche i figli degli operai (anche la seconda generazione di figli di extracomunitari) possono frequentare il liceo classico, non esistono casi di classismo a scuola, se non nelle scuole a forte dominante di stronzaggine di cui eviterei di parlare sennò apriamo una parentesi che non c’entra nulla.

Essendo un’ex insegnante figlia d’insegnante, con il territorio ho un rapporto molto diretto e constato che la scelta di un lavoro sicuro nel settore produttivo è direttamente legata allo scarso rendimento a scuola, che non ha nulla a che fare con l’estrazione sociale, ma più che altro con un fattore educativo interno alla famiglia.

Fra l’altro l’argomento che sollevi è pericoloso in quanto richiama la scarsa attitudine allo sciopero dei lavoratori intellettuali precari in rapporto ai lavoratori delle fabbriche, cosa che è determinata da situazioni di mobbing in ambito aziendale dal ricatto continuo a cui sono sottoposti i lavoratori a contratto: se fai sciopero semplicemente non ti rinnovano il contratto, quindi i precari tacciono e tirano avanti.

(Barbara Gozzi) Non capisco bene cosa intendi con 'magari era meglio la fabbrica'. Se vogliamo stare qui a ragionare a tavolino su ciò che a un italiano qualunque converrebbe scegliere come mestiere escludendo a priori attitudini, capacità, volontà, studi, interessi, impegno e (non meno importante) scelte personali, temo finiremmo nel ridicolo.

Io conosco entrambe le realtà. E quello che posso dire in onestà è che sono decisamente due approcci diversi, figli di mestieri diversi, che stabiliscono ritmi, impegni e responsabilità difficili da paragonare. Non c'è 'un meglio' secondo me. Piuttosto un: io vorrei fare questo, lo so fare o ci provo.

(Serena Adesso) Io credo che davvero i due piani non possano e non debbano essere sovrapposti. I lavoratori nelle fabbriche hanno i loro diritti, le loro aspirazioni e lottano per mantenerli e per incrementarli. I precari intellettuali non sono una “casta” privilegiata. Sono molto meno tutelati di chi lavora in fabbrica. Se poi vuoi intendere che chi lavora in fabbrica fa un lavoro “fisico” molto più pesante di quello che riuscirei a sopportare io…sì è verissimo, e con ciò? Torniamo al vecchio adagio per cui chi non fa un lavoro fisico è un “parassita”?

Il vostro blog raccoglie decine di storie di insegnanti, lavoratori dell'editoria e dell'istruzione, ce n'è qualcuna che vi ha impressionato di più?

(Claudia Boscolo) A me impressiona tutto.
Serena Adesso) so che rispondere ad una domanda con una domanda seguente potrebbe essere scambiato come segno di cattiva educazione…ma perché una storia dovrebbe avere un peso specifico diverso da quella di un’altra? È il gusto dello scoop che fa porre una domanda così banale e, se permetti, irritante?

Solo curiosità, e selezione della notizia per i miei lettori. Legittimo non rispondere. La Legge 30, la legge Biagi, è stata santificata grazie a un martire involontario, e a quattro brigatisti senza arte né parte. Voi in che modo vorreste integrata o semplicemente attuata la le Legge Biagi?

(Claudia Boscolo) Sto per pubblicare in Rete un articolo nel quale parlo proprio di questo. La Legge 30 in sé è stata l'opera di giuslavoristi di valore e con punte interessanti. Quello che è scandaloso è il decreto attuativo, che ha saltato di brutto la questione degli ammortizzatori sociali. Il fatto che Biagi sia stato ucciso ha permesso di passare la legge come opera di un martire, in realtà è stata concepita da un governo di centrosinistra, ma chi l'ha passata è stato un governo di centro destra con un decreto vergognoso e appoggiandosi allo pseudo-martirio di un giuslavorista di sinistra.

Tutta una grossa e vergognosa manipolazione, come al solito. Fra l’altro sarebbe il caso di intenderci meglio su cosa significa la parola “martire”: a quanto ne so io il martire è uno che perde la vita lottando per una causa (per esempio, i martiri cristiani o i martiri della Resistenza). Non mi pare che Biagi fosse coinvolto in nessuna causa, ha perso la vita perché in una situazione di estrema tensione si è ritrovato esposto al pericolo da un governo che come al solito ho lo lasciato esporre senza proteggerlo adeguatamente. Come dici tu, il suo è stato un sacrificio involontario, e a conti fatti pure vano, quindi non si tratta di un martire.

Foto | Flickr

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