Recensione "Fannulloni si diventa" di Giovanni Vallotti. Oltre le "sparate" del ministro Brunetta

Permettemi di cominciare questa recensione raccontando un'esperienza personale: qualche anno fa mi ritrovai a lavorare, per qualche mese, in un'amministrazione pubblica locale. Ne fuggii a gambe levate, terrorizzato dal clima di disperato cinismo che regnava tra i dipendenti - preparati e volenterosi, ma sistematicamente frustrati nei loro tentativi di fare qualcosa di buono dal clima di paralisi che regnava nel loro settore.

Per questo la retorica dei fannulloni e la politica dei tornelli adottata dal ministro Brunetta mi ha sempre lasciato scettico: il problema, per quello che ho avuto modo di vedere, non è tanto di buona (o cattiva) volontà individuale, quanto organizzativo.

Questo agile volume di Giovanni Valotti (professore della Bocconi impegnato da decenni sul tema del rinnovamento del settore pubblico) è una guida ideale per quanti si siano fatti un'idea simile alla mia.

In tutto il libro è evidente l'intento di distanziarsi dal dibattito semplificato e populista sul settore pubblico che ha tenuto appassionati i media in questi mesi. Come sottolinea l'autore fin dalle primissime pagine, infatti:

"Fannulloni si diventa (..) sta a sottolineare le responsabilità grandissime di chi queste organizzazioni amministra e gestisce. C'è un potenziale enorme all'interno delle amministrazioni pubbliche e il più grande spreco è vederlo così male utilizzato e valorizzato"

Rispetto alla retorica dei fannulloni, il capovolgimento di prospettiva è pertanto evidente: l'autore non va alla ricerca di facili capri espiatori da punire e da additare al pubblico/elettorato a fini di consenso, ma si concentra in positivo su quanto deve essere fatto per riformare organizzazioni complesse come quelle pubbliche, affinchè diventino più efficienti.

Vari miti vengono sfatati nelle prime pagine del pamphlet: non è vero che il settore pubblico sia sovradimensionato nel nostro paese (il numero di dipendenti è del tutto in linea con le medie europee); il problema è piuttosto la produttività, che risulta particolarmente scarsa.

La lotta all'assenteismo e ai "fannulloni" è sacrosanta, ma deve tenere conto del fatto che molti di questi ultimi sono semplicemente dipendenti "disillusi" e "demotivati", prodotti, in una certa misura, dai meccanismi di funzionamento delle organizzazioni stesse.

Il vero problema secondo Valotti non sta tanto tra i "peggiori", quanto "nel mezzo": nella necessità - sempre più pressante - di innalzare la qualità media del personale del settore pubblico - non solo i dipendenti, ma anche (soprattutto) quadri e dirigenti.

Viene proposta infatti la metafora del "triangolo delle Bermuda", che vede al suo centro il dipendente pubblico, in balia dei venti contrastanti che vengano soffiati da tre soggetti: i politici, i dirigenti e le organizzazioni sindacali.

Nel corso delle 170 pagine non vengono soltanto indicate chiaramente - e con uno stile molto pragmatico - le riforme necessarie e le esperienze di successo da imitare, ma anche la storia spesso penosa delle tante riforme (come quella degli "incentivi") che non hanno prodotto i risultati attesi, determinando ancora più disillusione tra i dipendenti - specie tra i più meritevoli.

Nonostante tutti questi punti di differenza, l'autore esprime il proprio favore per la Legge di Riforma della Pubblica Amministrazione (15/09) promossa dal ministro Brunetta (sulla quale peraltro ci sono state svariate convergenze bipartisan), di cui afferma di condividere i principi e l'impostazione.

Come spiegare questo apparente paradosso? Il fatto è che, con ogni probabilità, ci sono almeno due Brunetta: da un lato il ministro autore "dietro le quinte" di una riforma seria e "positiva", orientata alla costruzione di un settore pubblico migliore.

Dall'altro, il demagogo che - consapevole del fatto che l'individuazione di un "capro espiatorio" paga molto di più dal punto di vista del consenso - si presenta sulla scena puntando tutto su una polemica "anti-fannulloni" tanto artefatta quanto scientemente elettoralistica.

Ed è proprio da questo punto di vista che il libro di Valotti mostra quello che è forse il suo limite principale: pur essendo disseminato di richiami alla necessità di un ruolo "alto" e "con prospettive di lungo termine" della politica, preferisce evitare qualsiasi considerazione approfondita di una tensione di fondamentale importanza: quella tra le necessità di riforma e quelle di consenso politico in una democrazia mediatica.

Un problema che però non può essere ignorato senza ricadute negative sulla nostra comprensione delle azioni che servono per riformare il settore pubblico. L'autore ad esempio, sostiene la necessità dell'introduzione di meccanismi di valutazione dei risultati con queste parole:

E' necessario bilanciare la già naturale attenzione ai temi del consenso, che non richiede sicuramente di essere incentivata, con un nuovo senso di responsabilità sulla poduzione dei risultati (..). Il politico deve rischiare qualcosa se non produce risultati e questo non c'entra nulla con la pressione quotidiana che l'amministratore ha per la gestione del consenso

Ma se è questo è vero, significa affermare implicitamente un fatto non banale: quello che il politico possa ottenere consenso anche in assenza di risultati. Un problema di primaria importanza per qualsiasi progetto di riforma, che meriterebbe ampi approfondimenti.

In sintesi, "Fannulloni si diventa" risulta essere un ottima opera, che si concentra deliberatamente sul lato pragmatico delle "politiche" necessarie per una riforma del settore pubblico italiano. Così facendo però finisce per peccare di ingenuità e di reticenza su un altro versante: quello della "politica", al singolare.

Nonostante questo, consigliatissimo.

Fannulloni si diventa. Una cura per la burocrazia malata
Giovanni Vallotti
Egea - Università Bocconi Editore 2009
pp. 176
€ 15,00

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