Guerra ai media: Obama come Berlusconi?


Indovinello: chi ha detto questa frase?

«Li tratteremo come un partito d'opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro il Presidente e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d'informazione»

Se la vostra risposta è stata "Silvio Berlusconi" (o anche "Bonaiuti" o "Capezzone", che è lo stesso) siete fuori strada. Allo stesso modo, la dichiarazione seguente non è stata pronunciata dal direttore di Repubblica Ezio Mauro:

«Invece di governare (..) si comporta come se fosse ancora in campagna elettorale. Farebbe bene a riservare le sue energie ai temi che preoccupano gli elettori (..) In ogni caso, ogni volta che ci attaccano, i nostri rating vanno su»

Il primo estratto, infatti, corrisponde al pensiero del Anita Dunn, direttore delle comunicazioni della Casa Bianca di Barack Obama, mentre il secondo è la risposta di Michael Clemente, vicepresidente del network televisivo americano Fox, di proprietà di Rupert Murdoch.

Si tratta dei protagonisti di una nuova guerra politica - media che si sta scatenando negli Stati Uniti d'America la quale, a quanto pare, sta assumendo toni che potrebbero suonare molto familiari a noi italiani.

Ne dobbiamo trarre la conclusione che "tutto il mondo è paese", e che ovunque, come da noi, i governanti coltivano velleità di controllo assoluto, mentre i media sono semplici emanazioni faziose di infidi gruppi di potere? Non proprio.

Quello che ci insegna piuttosto questa vicenda sono due cose: primo, quello del rapporto tra politica e media (o tra comunicazione e potere, come direbbe Manuel Castells) è uno dei grandi temi della nostra epoca. Ovunque nel mondo.

In secondo luogo, però, va riconosciuto che il nostro paese si trova in una posizione quantomeno eccentrica, poco paragonabile con il resto del globo, e soprattutto con gli USA.

Per poter portare fino in fondo il parallelo, infatti, Obama dovrebbe anche essere proprietario della metà dei canali televisi statunitensi, e controllare più o meno direttamente quasi tutti gli altri.

La morale di questa comparazione non può dunque che essere questa: anche i processi "normali" e "globali" della nostra epoca, in Italia assumono tutt'altro significato. E questo per un solo, fondamentale motivo, quasi un peccato originale: il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi.

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