Età pensionabile e ammortizzatori sociali: ha ragione Draghi


Su queste pagine mi sono lamentato più volte del fatto che la pressante necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali italiani venga colpevolmente trascurata da molta - anche se non tutta - classe politica. A differenza del governatore di Bankitalia Mario Draghi, che ha dichiarato oggi:

"Molti lavoratori restano ancora esclusi dalla tutela pubblica (..). Dal sovrapporsi dei vari strumenti emerge una configurazione intricata che rende estremamente eterogenea la copertura assicurativa dei lavoratori, a seconda del settore, della dimensione di impresa e del contratto lavorativo (..). Nonostante vari interventi, non si e' ancora giunti a un ripensamento complessivo del sistema orientato a criteri di equita' ed efficienza"

"E' di circa 1,2 milioni il numero dei lavoratori dipendenti che in caso di interruzione del rapporto di lavoro non sarebbero coperti da alcuna indennita'. A questi si affiancano 450 mila lavoratori parasubordinati per i quali non e' previsto alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere al beneficio introdotto dai recenti provvedimenti del Governo. Tra i lavoratori coperti quasi un milione avrebbe diritto alla sola indennita' con requisiti ridotti"

Parole in marcato contrasto con quelle di Berlusconi ("nessuno che perda il posto di lavoro viene lasciato solo dallo Stato") e di Brunetta ("gli ammortizzatori sociali italiani sono i migliori d'Europa").

Il fatto è che - molto semplicemente - gli esponenti del governo hanno torto, mentre Draghi ha ragione: anche quando indica la possibile soluzione all'impasse - l'aumento dell'età pensionabile.

Il punto è infatti che il nostro sistema di welfare è del tutto sbilanciato a favore delle pensioni (per le quali spendiamo più di chiunque altro in Europa) e troppo poco a favore di strumenti come gli ammortizzatori sociali.

Infatti, dal punto di vista della percentuale di riduzione del rischio della povertà come effetto dei trasferimenti sociali (un'ottima misura dell'efficacia degli ammortizzatori sociali), il nostro paese è 23° su 27 nell'Unione.

Questo accade perchè le parole "vecchio" e "povero" non sono sinonimi, come sembra pensare invece il ministro Tremonti, inventore della cosiddetta Social Card.

Urge quindi un'aumento dell'età pensionabile, come dice Draghi, allo scopo di trasferire risorse dalle tasche di chi va in pensione troppo presto a quelle di chi perde lavoro - o non lo trova.

Tuttavia questo andrebbe contro gli interessi di molti: i baby boomers e gli anziani, innanzitutto, e questo, in un paese in cui ci sono 138 ultrasessantenni ogni 100 giovani, come raccontavamo qualche giorno fa, ha la sua importanza.

I principali partiti politici, in secondo luogo, che non hanno nessun interesse a proporre ad un elettorato così senescente una riforma per esso impopolare: e non è un caso infatti che nell'ultima campagna elettorale tutti abbiano promesso aumenti delle pensioni.

I sindacati, infine, che nell'assurdo sistema della Cassa Integrazione trovano un modo per perpetuare il proprio scampolo di potere, e che non oserebbero mai andare contro quei pensionati (e pensionandi) che costituiscono la stragrande maggioranza dei propri iscritti.

Insomma, per imporre questa riforma di cui il paese ha urgente bisogno ci vorrebbe tanto, tanto coraggio. Una cosa che Draghi, forse per il ruolo che ricopre, sta mostrando di avere. C'è qualche politico (specie tra quelli al governo) che possa dire altrettanto?

Foto | Flickr.

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