Intervista – Cristiana Alicata a polisblog: “non è più il tempo delle persone simbolo”



Dalla bocciatura della legge contro l’omofobia presentata da Paola Concia è passato un mese. Il dibattito postumo, soprattutto sull’identità del Partito Democratico che ha contribuito ad affossare la proposta fatta da un membro di questo schieramento, è stato piuttosto acceso.

Tra le molte persone che hanno manifestato il proprio disappunto si è contraddistinta Cristiana Alicata. Manager. Scrittrice. E impegnata politicamente con i Mille di Giuseppe Civati e di molte altre persone che hanno sostenuto la mozione di Ignazio Marino.

Nelle ultime legislature ci sono stati diversi esponenti LGBT in Parlamento, uno su tutti Vladimir Luxuria, eppure i diritti alle persone non eterosessuali tardano ad arrivare. È colpa, secondo lei, anche dei rappresentanti?


No. È evidente a tutti che non è più il tempo delle persone simbolo. Sono cambiati i tempi. Oggi ad essere impegnata e responsabilizzata deve essere tutta la comunità LGBT. Vladimir, così come Grillini o la De Simone ed oggi Paola Concia, sono per prima cosa degli individui con le loro idee. Poi fanno parte della comunità LGBT che è varia e differenziata.

Caricare loro di ogni responsabilità è stato ed è sbagliato. Anche fin troppo comodo da parte nostra. Oggi serve un lavoro da parte di tutti noi e soprattutto serve trasversalità. Sarebbe meraviglioso, come è accaduto in Spagna, che la futura legge sul matrimonio omosessuale (perché quel tempo verrà) fosse proposta da un eterosessuale. Magari maschio.

Io, in quegli anni, spero di occuparmi di scuola pubblica o di efficienza della Cosa Pubblica. Le cose che farei in politica se non facessi parte di una minoranza discriminata. Il che la dice lunga su quante energie si sprecano in un Paese in cui esiste una discriminazione. Di qualsiasi forma. Dalle donne, agli immigranti. Pensa quanta energia intellettuale ingabbiata in un processo di ottenere diritti invece che per il bene collettivo.

Fai parte con Ivan Scalfarotto, e Giuseppe Civati, del gruppo de IMille. Rivendicato da Mario Adinolfi. Cosa rappresenta per il Pd questo progetto?

IMille non sono di nessuno e sono di tutti. La domanda è contraria alla natura de IMille. Mario Adinolfi se ne è andato quando ha visto che non poteva trovare uno spazio di visibilità personale. Ivan, che considero insieme a Marco Simoni l'ispiratore di questo gruppo è cacciatore di talenti. Non solo li trova, come sa fare bene per esempio Pannella, ma non li soffoca. Anzi.

IMille sono un luogo dove si pensa e si discute senza pregiudizi. IMille sono porosi...noi riconosciamo delle caratteristiche milline ovunque e per noi chi ha quelle caratteristiche è de IMille. Potresti essere millino anche tu e non saperlo nemmeno. Luca Sofri se ne è andato?

Luca è un cane sciolto. Non lo considero "andato via". Lo considero sempre uno dei nostri. Per le cose che dice. Per le idee che promuove. Cosa rappresenta per il Pd? Spero che rappresenti come dovrebbe essere il Pd. Magari prima o poi accadrà in una sorta di processo osmotico.

Matteo Renzi prendendo le distanze dal congresso ha sottolineato ulteriormente la distanza tra il nucleo del partito e il territorio. Lui ad esempio sta studiando il registro per il testamento biologico. Dov’è il problema? Perché, secondo lei, il Partito Democratico non riesce ad essere attuale?

Matteo è galvanizzato positivamente da un processo democratico che ha ribaltato ciò che sembrava scontato. E non ha visto la stessa cosa nel congresso. Come Chiamparino d’altronde. Anche comprensibile da parte di due amministratori che nella loro azione sono quanto di più lontano dal cosiddetto apparato di partito.

Non è una questione generazionale. È una questione di capire e sentire il Paese. E loro lo sanno fare. Una cosa, però, è certa. Purtroppo, e lo dico in modo crudo, ormai il cambiamento non può che passare per un ricambio generazionale nel senso di passare per quelli che hanno entusiasmo, che non sono lì da anni a gestire la cosa pubblica ed anche il partito, le dinamiche stantie. Sono stanchi. Disillusi. Non tutti, certo. Ma se ci mettiamo a fare distinguo, con questa scusa non cambiamo mai.

C’è bisogno di occhi nuovi e di corpi che vivano il Paese nella sua realtà. Il precariato lo viviamo noi. La difficoltà di fare figli, la viviamo noi. Le donne che vogliono fare carriera e famiglia siamo noi. Insomma, qualcuno, per dirla tutta, non rappresenta più il Paese.

Sai perché Berlusconi vince? Perché gli italiani lo sentono più simile a se stessi di quanto non sentano un D'Alema o un Rutelli. Eppure questo partito è "pieno" di Paese...solo che non lo facciamo vedere.

A proposito di giovani. Perché secondo lei il Partito Democratico non investe sulle nuove leve? Perché non sostiene Giuseppe Civati in Lombardia?

Paura. Si cerca la persona intorno alla quale convergono i poteri scontati. La persona “affidabile” perché già rodata. Senza capire che ciò che è affidabile per il partito a volte non lo è, o non lo è più, per il Paese.

Pippo sarebbe un ottimo governatore e se qualcuno a questa frase salta sulla sedia è perché non capisce che l’esperienza non è una caratteristica fondamentale. Soprattutto quando è esperienza intesa in capacità di sapersi districare tra i veleni del potere. Io vorrei che i nostri amministratori sapessero districarsi nei problemi del Paese. E Pippo sa farlo.

Perché lei non si candida in progetti territoriali?

Ho un lavoro in un’azienda e devo pagare un mutuo per i prossimi 26 anni e non vorrei diventare dipendente economicamente dalla politica. Per lo meno vorrei farlo per poco tempo e poi tornare al mio lavoro. Non più di dieci anni.

Per ora dedico al Partito e alla causa LGBT tutto il mio tempo libero. Magari un giorno, chissà, se ci saranno le condizioni e se, soprattutto, sarà il territorio a volerlo.

Ha partecipato alla manifestazione “Uguali”. Cosa, secondo lei, dovevano (o devono) fare le associazioni locali per impedire gli episodi di omofobia? Arcigay ha, secondo lei, lavorato bene?

Le associazioni hanno fatto molto e devono fare molto. Ma prima devono staccarsi dai partiti in modo ancora più netto ed inequivocabile (non ti pare comico che lo dica io?). Aurelio Mancuso ha finalmente iniziato questo percorso. Ci vorrà tempo perché sia completa l’emancipazione.

Non devono avere bisogno delle istituzioni in forma finanziaria. Solo allora saranno davvero libere di agire sui territori e autorevoli nella loro condanna. Arcigay, come il sindacato, come i partiti, come molte delle altre associazioni, soffre della malattia di inizio millennio.

Quella fase di “scarica”, di “antipolitica” che serpeggia tra la gente che è delusa, non sente rappresentata a pieno la sua rabbia e quindi finisce per contestare tutto. Arcigay, come il sindacato e i partiti, deve avere il coraggio di ripartire da zero. In alcune città sta già accadendo.

Bisogna ricominciare a stare in mezzo alla gente, ad essere la gente. Vale per Arcigay, come per il Pd ed il sindacato. Le manifestazioni LGBT autoconvocate, partite da Roma e che si sono moltiplicate in tutta Italia, sono un sintomo di liberazione che le associazioni devono cogliere e partecipare. Non soffocare.

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