Età pensionabile: i conti dell'INPS sono davvero a posto?


L'altroieri, quando Mario Draghi ha sostenuto la necessità di un innalzamento dell'età pensionabile, la reazione del Ministro Sacconi e dell'INPS è stata di immediato rifiuto: "Il sistema tiene e i conti sono a posto" è stata la difesa ufficiale.

Hanno ragione? In parte. Dal punto di vista strettamente finanziario infatti, l'INPS gode certamente di una salute soddisfacente, come fanno rimarcare giustamente i suoi dirigenti. Ma il punto non è questo, purtroppo.

Il problema è infatti che questo equilibrio dei conti viene garantito con uno stratagemma che può essere semplificato così: si prendono soldi dai giovani precari (i quali, quando sarà il loro turno, incasserano pensioni ben misere) e con questi si finanziano le pensioni degli anziani di oggi. Vediamo come, dopo il salto.

I fattori che spiegano perché il sistema previdenziale in Italia riesca a non fallire sono a grandi linee due: uno di lungo e uno di breve periodo. Il primo è la riforma Dini del 1995 che ha previsto il progressivo passaggio da un sistema a ripartizione a uno contributivo.

Di che cosa si tratta? E' molto semplice: in un sistema a ripartizione i contributi prelevati dai lavoratori oggi vengono destinati al pagamento di chi è in pensione in questo momento, e il livello della pensione previdenziale viene in questo sistema calcolato come una proporzione (ad esempio il 70%) del salario percepito dal lavoratore.

Si tratta di un meccanismo fondato su un implicito patto di solidarietà tra generazioni, che funzionava finchè il numero di occupati per ogni pensionato era piuttosto alto ma che non poteva più reggere con il progressivo invecchiamento della popolazione: si è passati allora, con Dini, al sistema contributivo - in cui il livello della pensione viene calcolato sulla base dei contributi versati dalla persona nel corso della vita lavorativa.

Attenzione però: il passaggio al nuovo schema è graduale, il che significa che solo per quanti sono stati assunti a partire dal 1996 il meccanismo è fondato sulla capitalizzazione. Per tutti gli altri, compresi dunque i pensionandi di questi anni, resta la classica ripartizione.

Il secondo fattore che previene la bancarotta è più di breve periodo, e riguarda i contributi dei lavoratori atipici. Nel 1996, per sostenere il bilancio dell'INPS, si decise di aprire la gestione separata per i professionisti privi delle Casse previdenziali di categoria (grafici, informatici, tutti le nuove occupazione legate alla New economy) e per i cosiddetti co.co.co.

In circa un decennio tale gestione, sistematicamente in attivo, ha distribuito più di 33miliardi di euro alle altre Casse (pensioni varie), invece spesso deficitarie. Ad esempio nel 2007 l’Inps ha mostrato saldi in netto miglioramento, proprio grazie ai 6,8 miliardi di euro provenienti dalla gestione dei parasubordinati.

In sintesi dunque si "fa la cresta" sui contributi di precari (prevalentemente giovani) per finanziare le pensioni degli anziani di oggi, che altrimenti risulterebbero ampiamente insostenibili. Il che ha il sapore della beffa, specie se si considera quello che sarà invece il trattamento previdenziale che questi lavoratori riceveranno quando spetterà a loro ricevere la pensione.

Il sistema contributivo è infatti un formidabile strumento di contenimento dei costi, ma comporta conseguenze rilevanti per le generazioni future, le cui pensioni avranno una copertura notevolmente inferiore: è previsto un tasso di sostituzione compreso tra il 46 e il 64% per i lavoratori dipendenti con carriera continua, mentre nel caso in cui ci siano discontinuità (com'è probabile in un mercato del lavoro sempre più flessibile) la percentuale si abbassa a un livello compreso tra il 35 (!) e il 50%.

Siamo ben lontani dal 70% della media dei salari percepiti negli ultimi 10 anni di lavoro che veniva assegnata prima della Riforma Dini ma anche dalle percentuali - comunque più alte - generate dal sistema "misto" in vigore per quelli che, prima della riforma Dini, avevano versato meno di 18 anni di contributi.

In sintesi, dunque: il sistema regge da un punto di vista meramente finanziario, ma non da quello sociale. Si regge infatti su due grosse ingiustizie inter-generazionali: le pensioni di oggi possono continuare ad essere alte perchè saranno basse quelle di domani, e perchè vengono utilizzati per riempire i buchi i contributi dei precari.

Una soluzione che paga in termini elettorali, perchè scarica sul domani (e sulle nuove generazioni) i costi dell'oggi e delle coorti più anziane. Un sistema populista e miope, quindi, che reggerà almeno fintantochè si troveranno giovani disposti a stracciarsi le vesti ogni volta che si accenna alla possibilità di un innalzamento dell'età pensionabile.

Le generazioni entrate nel mercato del lavoro dopo il 1996 non dovrebbero invece essere spaventate da uno sviluppo di questo tipo. Dovrebbe incuter loro più timore, piuttosto, la possibilità che si vada avanti come previsto: in questo caso, infatti, quando verrà per i giovani di oggi il momento di ritirarsi dal lavoro, saranno con ogni probabilità loro a pregare in ginocchio i loro datori di lavoro di tenerli fino a settantacinque anni di età.

L'unico modo, forse, per ottenere una pensione con un coefficiente di sostituzione decente.

Foto | Flickr.

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