Tremonti e "il posto fisso": il confronto con 15 anni di politiche del centrodestra


Mettere a confronto le parole di Giulio Tremonti di ieri ("per me l'obiettivo fondamentale è ancora il posto fisso") con quelle pronunciate a ripetizione, nell'ultimo quindicennio, dal suo capo Silvio Berlusconi, sarebbe troppo facile.

Più significativo può essere fare un piccolo promemoria delle azioni degli esecutivi di centrodestra dal 1994 ad oggi nel campo del mercato del lavoro, tenendo bene in mente che il tributarista di Sondrio è stato Ministro dell'Economia già nel primo governo Berlusconi, poi nel periodo 2001-2006 (se si eccettua una breve pausa tra il 2004 e il 2005) e infine dal 2008 ad oggi, per un totale di quasi sei anni.

Cominciamo dal primo governo Berlusconi, che lancia subito una campagna per garantire la maggiore flessibilità del lavoro con la legge n.451 del 1994. Essa prevede, tra le altre cose la fiscalizzazione degli oneri sociali a fronte di assunzioni di lavoratori a tempo parziale e l'innalzamento dell'età massima per la stipula dei contratti di formazione e lavoro a 32 anni.

Seguono il governo Dini e quello Prodi. E' quest'ultimo a dare una svolta sulla strada della flessibilizzazione attraverso il celeberrimo Pacchetto Treu, mentre il successivo governo D'Alema, con il decreto legislativo n.61 del 2000, apre le porte a maggiori possibilità di utilizzo del part-time, sulla scia di quanto fatto da altri paesi occidentali.

Le elezioni del 2001 portano al Berlusconi II, il cui Ministro delle Finanze è ancora una volta lui, Giulio Tremonti. E uno dei primi atti del governo è proprio quello di approvare il decreto legislativo n.368 del 2001 sul lavoro a tempo determinato, che il precedente governo Amato aveva lasciato in sospeso a causa delle numerose critiche ricevute (soprattutto da parte della Cgil).

Più in generale, secondo gli autori di "Flex-insecurity. Perchè in Italia la flessibilità diventa precarietà" (qui la nostra recente recensione) il ritorno del centrodestra al governo rappresenta un punto di svolta nell'introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro italiano:

"Le intenzioni della maggioranza di centrodestra apparvero fin da subito quelle di procedere allo smantellamento dell'impianto garantista del diritto del lavoro italiano, anche a costo dello scontro con i sindacati. Il processo di flessibilizzazione dei rapporti del lavoro raggiunge, infatti, il suo punto più avanzato proprio sotto la guida del secondo governo Berlusconi"

Il Libro bianco sul mercato del lavoro dell'ottobre 2001 ("redatto da un gruppo di lavoro coordinato da Maurizio Sacconi e Marco Biagi") si focalizza sulla necessità di innalzare il tasso di occupazione secondo le direttrici indicate dall'Agenda di Lisbona: ovvero, secondo gli autori, rimuovendo gli ostacoli normativi al ricorso di lavori atipici.

Seguono la cosiddetta Legge Biagi e il decreto legislativo n.276 del 2003, che "rivisita ed estende la gamma dei rapporti di lavoro nel settore privato", rivedendo in particolare in senso più elastico la disciplina del lavoro part-time e quella del lavoro interinale e istituendo il contratto di inserimento.

Questo decreto, insieme alla legge n.30 dello stesso anno, è stato oggetto di innumerevoli critiche, non solo da parte sindacale, nel corso degli anni. Berton e colleghi le riassumono così:

I principali "capi d'accusa" riguardano l'eccessiva numerosità delle forme contrattuali introdotte, che mette in discussione il primato del lavoro tipico, ed il fatto di aver contribuito ad una rapida crescita del fenomeno della precarietà, per via delle minori garanzie di tutela dei lavoratori assunti con contratto atipico

Col ritorno al governo di Prodi, nel 2006, viene approvato il cosiddetto "Protocollo sul welfare", che prevede tra le altre cose alcuni provvedimenti che rivisitano in senso correttivo le innovazioni apportate dai governi della precedente legislatura, con l'intento dichiarato di limitare possibili abusi nel ricorso ai contratti atipici.

Il governo Prodi cade molto in fretta, e nella successiva campagna elettorale i contendenti sono Walter Veltroni e (ancora una volta) Silvio Berlusconi: il primo propone un salario minimo per i precari di 1000 euro. Il secondo risponde, come raccontammo all'epoca:

Io non avverto, per quanto riguarda i giovani, l’allarme della sinistra che vede la precarietà come il male assoluto della nostra gioventù (..). Io vorrei che il paradigma del posto fisso fosse meno valorizzato. Non è vero che senza posto fisso non si possa prevedere il futuro. Io non sono d’accordo

Quello che segue è storia recente: Berlusconi stravince le elezioni, e Tremonti torna al ministero delle Finanze. Senza dare alcun segno di aver cambiato idea rispetto alla linea tenuta dai governi in cui ha partecipato per 15 anni. Fino a ieri.

Foto | Flickr.

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