Altro che posto fisso... flexicurity! Cronaca della presentazione del volume di Berton, Richiardi e Sacchi


Una decina di giorni fa abbiamo recensito su queste pagine l'ottimo volume "Flex-insecurity - Perchè in Italia la flessibilità diventa precarietà" dei ricercatori del Collegio Carlo Alberto Berton, Richiardi e Sacchi. Qualche giorno dopo, le dichiarazioni del ministro Tremonti sul ritorno al "posto fisso" hanno reso il tema se possibille ancora più attuale.

Ed è sullo sfondo di questo clima da grida manzoniane che si è tenuta l'altroieri all'Università Statale di Milano la presentazione del , alla presenza degli autori e di alcuni importanti studiosi di mercato del lavoro e welfare come Tito Boeri, Michele Salvati, Maurizio Ferrera e Emilio Reyneri.

L'intento della giornata? "Discutere di come disegnare politiche di lungo periodo che mantengano i benefici della flessibilità senza intaccare le condizioni di vita dei lavoratore", che potrebbero essere messe in atto da un'ipotetica parte politica che non volesse limitarsi a quelle che i discussant definiscono senza mezzi termini le "sparate" di Tremonti.

Si tratta tuttavia di un'impresa non senza rischi, quella caldeggiata da tutti gli autori, come ha messo in evidenza introducendo la giornata Michele Salvati. Molti sono infatti gli ostacoli - da non sottovalutare - che si frappongono tra l'Italia e un mercato del lavoro più moderno e a misura d'uomo.

La cultura e gli atteggiamenti di molta parte del paese, innanzitutto, ben diversi da quelli dei paesi in cui i sistemi di flexicurity si sono affermati per primi; la corruttibilità della nostra Pubblica Amministrazione, poi, che di tali atteggiamenti è la controparte. E ancora: la cronica mancanza di risorse, che rende rischioso intraprendere qualsiasi riforma ambiziosa.

Secondo Maurizio Ferrera, però, "bisogna fare attenzione a fasciarsi la testa prima di essersela rotta": il sistema di welfare italiano, così com'è oggi, spreca infatti già una gran quantita di risorse (ad esempio nelle pensioni di invalidità civile), eppure questa situazione viene accettata senza grandi clamori.

Bisognerebbe invece - secondo Ferrera - pensare a riequilibrare il sistema attuale, adottando una strategia politica intelligente come quella di accorpare misure già esistenti in una nuova forma di tutela più vasta e universalistica, volta a combattere la povertà.

Tito Boeri ha rilevato che le proposte di riforma degli autori di "Flex-insecurity" sono molto simili nella filosofia generale a quelle avanzate da lui e da Pietro Garibaldi, e si è dimostrato il più ottimista tra i presenti sulle possibilità di una loro realizzazione concreta.

A suo avviso infatti, i vincoli fiscali, che potrebbero essere un problema per misure come il reddito minimo garantito, non lo sono invece per la riforma in senso universalistico dei sussidi di disoccupazione, che sarebbe praticamente a costo zero: l'attuale regime fondato sulla Cassa Integrazione costa infatti probabilmente molto di più, concentrando però le risorse su pochi ed escludendo tanti.

Anche dal punto di vista dei vincoli politici l'economista de lavoce.info si è dichiato speranzoso: ci sono segni di maggiori disponibilità da parte dei sindacalisti, che cominciano a interessarsi alla condizione dei giovani precari e che, "nei convegni a porte chiuse o nei dialoghi privati", pare mostrino un forte interesse per la flexicurity.

Chi sembra più duro da convincere è Confindustria, che si ostinata fino ad oggi a negare l'esistenza di un problema-precarietà nel nostro paese. "Però - ha previsto Boeri - probabilmente l'uscita di Tremonti sul posto fisso potrebbe servire almeno a questo: a far prendere paura agli industriali, convincendoli ad abbandonare il loro atteggiamento di chiusura totale".

Decisamente più pessimista Emilio Reyneri, secondo cui il "caotico suk" della Cassa Integrazione tende a riprodursi e a resistere ad ogni tentativo di riforma perchè un pezzo del mondo politico e sindacale "ci gioca dentro" e trova al suo interno aggiustamenti vantaggiosi grazie alle possibilità di negoziazione informale (per la quale - fa notare non senza malizia il sociologo della Bicocca - "si potrebbero usare termini peggiori").

Secondo l'autore del libro Stefano Sacchi, infine, la possibilità che le nuove forme di sussidio ipotizzate diventino oggetto di un "assalto alla diligenza" è un problema che va risolto con spirito pratico, imparando dagli errori del passato, ma non è e non deve essere una giustificazione per l'inazione. Anche - e soprattutto perchè la situazione attuale degli ammortizzatori sociali italiani è foriera di disuguaglianze forti e difficilmente giustificabili.

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