Leggiamo la Costituzione: si tratta di un manifesto comunista? (Prima parte)

Falce e martello

Per il Presidente del Consiglio Berlusconi la Costituzione italiana, se non proprio un manifesto comunista, è comunque un documento che risente, in misura notevole, dell'influenza esercitata dall'Unione sovietica sui nostri Padri costituenti. Il Premier espresse questa sua idea già nell'aprile del 2003, a Torino, in un ormai celebre convegno della Confindustria, quando attaccò gli articoli 41 e seguenti della Carta repubblicana, che, a suo dire, risentirebbero appunto di implicazioni "che fanno riferimento alla cultura e alla costituzione sovietica".

Berlusconi ha successivamente ribadito il concetto, nel febbraio di quest'anno, nei concitati giorni in cui si consumava il conflitto con il Capo dello Stato relativamente alla triste vicenda di Eluana Englaro. Anche in quell'occasione il Capo del Governo disse che la Costituzione è "una legge fatta molti anni fa sotto l'influsso di una fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello". Insomma, la nostra legge fondamentale, in molte sue parti, sarebbe la traduzione normativa dei principi e dell'ideologia comunista. Tale rappresentazione corrisponde a verità? Ha qualche fondamento?

L'Assemblea costituente italiana svolse i suoi lavori dal 25 giugno 1946 al 31 gennaio 1948, al tempo in cui era in vigore la "Costituzione di Stalin" del 1936. Quest'ultima definiva l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) come uno "Stato socialista di operai e di contadini". Stabiliva che la "base politica dell’URSS" fosse costituita "dai Soviet dei deputati dei lavoratori, sorti e consolidatisi in seguito al rovesciamento del potere dei proprietari fondiari e dei capitalisti e alla conquista della dittatura del proletariato". E prevedeva che tutto il potere nell’URSS appartenesse "ai lavoratori della città e della campagna, rappresentati dai Soviet dei deputati dei lavoratori".

La Costituzione sovietica del 1936 stabiliva, inoltre, che la base economica dell’URSS fosse costituita "dal sistema socialista dell’economia e dalla proprietà socialista degli strumenti e dei mezzi di produzione, affermatisi come risultato della liquidazione del sistema capitalista dell’economia, dell’abolizione della proprietà privata degli strumenti e dei mezzi di produzione e dell’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo". La proprietà socialista nell’URSS assumeva "forma di proprietà statale (patrimonio di tutto il popolo), oppure forma di proprietà cooperativo-kolchoziana (proprietà dei singoli kolchoz, proprietà dei consorzi cooperativi)". Il kolchoz era l'azienda collettiva agricola.

Ed ancora tale Costituzione recitava: "La terra, il sottosuolo, le acque, le foreste, le officine, le fabbriche, le miniere, le cave, i trasporti, per ferrovia, per via d’acqua e per via aerea, le banche, i mezzi di comunicazione, le grandi imprese agricole organizzate dallo Stato (sovchoz, stazioni di macchine e trattori, ecc.), nonchè le imprese comunali e il complesso fondamentale delle abitazioni nelle città e nei centri industriali, sono proprietà dello Stato, cioè patrimonio di tutto il popolo". Così come le imprese sociali nei kolchoz e nelle organizzazioni cooperative, con le loro scorte vive e morte, la produzione fornita dai kolchoz e dalle organizzazioni cooperative, come pure i loro edifici sociali, costituivano "la proprietà sociale, socialista, dei kolchoz e delle organizzazioni cooperative".

Accanto al sistema socialista dell’economia, "la forma dominante dell’economia nell’URSS", era ammessa però "la piccola economia privata dei contadini non associati e degli artigiani, fondata sul lavoro personale ed escludente lo sfruttamento di lavoro altrui". Ed inoltre la legge tutelava "il diritto di proprietà personale dei cittadini sui redditi del proprio lavoro e sui propri risparmi, sulla casa di abitazione e sull’azienda domestica ausiliaria, sugli oggetti dell’economia domestica e di uso quotidiano, sugli oggetti di consumo e comodità personali, come pure il diritto di successione ereditaria nella proprietà personale dei cittadini".

La Costituzione sovietica del 1936 prevedeva poi che il lavoro nell’URSS fosse "obbligo ed impegno d’onore di ogni cittadino idoneo al lavoro, secondo il principio: 'chi non lavora, non mangia'". Nell’URSS si attuava il principio socialista secondo cui "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro" (Capitolo I, Costituzione URSS 1936). In breve, salvo quanto previsto per la piccola economia privata dei contadini non associati e degli artigiani e per i redditi e i risparmi personali dei lavoratori, la proprietà privata era esclusa e tutti i mezzi di produzione appartenevano allo Stato.

Nulla di tutto questo è presente nella Costituzione italiana del 1947, l'articolo 41 della quale prevede che "l’iniziativa economica privata è libera". Certo, in base ai commi successivi dello stesso articolo, essa non può svolgersi "in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Ma tali limiti non possono certamente intendersi come declinazioni dell'ideologia comunista. A meno che non si reputi un comunista chi ritiene che la libertà d'iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla società, alla sicurezza e alla libertà delle persone e, in generale, alla stessa dignità umana.

L'articolo 42 della Costituzione italiana prevede, poi, che la proprietà, nel nostro ordinamento, può essere pubblica o privata. E che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, il godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla acces­sibile a tutti. Tale norma significa che la proprietà privata trova riconoscimento come diritto soggettivo soltanto nella misura in cui adempia ad una funzione sociale. Nel caso in cui non presenti tale carattere, non per questo la proprietà viene espropriata o confiscata. Essa degrada semplicemente a oggetto di un interesse legittimo. Tale previsione è coerente non già con un regime comunista, ma con i principi di uno Stato sociale, che, come vedremo, è cosa ben diversa. (Continua...)

Foto | Flickr

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