Elezioni 2013: i trombati che restano fuori dal Parlamento


Qualcuno deve pur fare posto ai più di 100 eletti alla Camera e 50 al Senato del Movimento 5 Stelle. E quindi è normale che in queste elezioni 2013 i trombati siano davvero tanti, e che tra loro ci siano "big" di prima grandezza. Due i nomi che spiccano sopra tutti: Antonio Di Pietro e Gianfranco Fini, che dopo decenni di militanza parlamentare ininterrotta, restano mestamente fuori dal Parlamento. Con loro svaniscono nel nulla i sogni di gloria di Antonio Ingroia e il sogno di rivincita di comunisti e verdi, evaporati anche i Radicali di Marco Pannella.

Partiamo da Di Pietro: l'ex pm ha pagato carissimo la decisione di rompere l'alleanza con il Pd, trovandosi costretto - dopo il crollo dell'Italia dei Valori - a confluire in Rivoluzione Civile. E così, un partito che era uno dei protagonisti della scena e costola indispensabile del centrosinistra, resta travolto dal flop di Rivoluzione Civile. Tonino non ha ancora detto neanche una parola di commento, segno di quanto la situazione gli sia sfuggita di mano e la sua trombatura sia davvero dura da digerire. Probabilmente sta rimpiangendo amaramente la scelta di contrapporsi al Pd e sta riguardando tristemente i frammenti della Foto di Vasto che ha deciso di strappare.

Con lui, ovviamente, resta fuori anche Antonio Ingroia. Un trombato di specie diversa, visto che in Parlamento non c'è mai entrato. Ma che sperava di resuscitare sotto l'egida del giustizialismo l'estrema sinistra italiana, e invece ne ha consacrato la definitiva sepoltura. Aver abbandonato la falce e il martello non è servito a Diliberto e Ferrero, che dopo l'esclusione del 2008 restano fuori anche nel 2013. E chissà se e quando torneranno a contare di nuovo qualcosa.

Altrettanto sorprendente della trombatura di Di Pietro è quella di Gianfranco Fini. In parlamento da una vita, ex leader di un grande partito come Alleanza Nazionale, ex numero due del Pdl al massimo della sua gloria, paga non tanto la scelta di fondare Fli e staccarsi da Berlusconi (scelta che si era resa inevitabile e che inzialmente è sembrata a tutti sacrosanta), ma soprattutto la decisione di legarsi a un Terzo Polo che poco aveva da spartire con i sogni dei suoi elettori e poi a maggior ragione la scelta di legarsi a Mario Monti. Un piccolo partito come Fli non poteva che fare da vittima sacrificale al partito del Professore che aveva deciso di sostenere. Con Fini resta fuori anche il super avvocato Giulia Bongiorno e resta fuori anche Italo Bocchino, che fino a poco fa imperversava su tutti gli schermi e sembrava essere un astro nascente della destra italiana. Ascesa stroncata.

Sempre dalle parti del centro, restano fuori Paola Binetti, Mauro Libé (uomo macchina dell'Udc), Roberto Rao (braccio destro di Casini) e Enzo Moavero, fidatissimo di Mario Monti.

Se ne vanno anche i Radicali, un pezzo di storia della politica italiana. Emma Bonino, ex ministro e donna che ha ricoperto ruoli di prestigio nelle istituzioni, aveva già deciso di alzare bandiera bianca mettendosi in fondo alle liste elettorali di Amnistia, Giustizia e Libertà. Ma è proprio tutta la galassia radicale a sparire: nessun accordo col centrosinistra, nessun accordo col centrodestra e corsa solitaria obbligatoria che non poteva che essere suicida.

Ma anche nell'orbita del Pd non si scherza: restano fuori pezzi da novanta come il senatore Franco Marini, ex presidente del Senato, e Paola Concia, attivista dei diritti civili che si era trovata in lista in una posizione ardua già di partenza.

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