Elezioni 2013, i non eletti: uno sguardo al voto 'underground'

Le elezioni 2013 ci consegnano un Paese, se possibile, più complicato di come era sabato sera; per i giornalisti e gli analisti c'è materiale per i prossimi anni, ma per gli elettori lo scenario più plausibile che si prefigura è quello di tornare al voto nel giro di qualche mese.

Gli elettori meno allineati alla politica cosiddetta 'mainstream', quella dei quattro partiti che hanno occupato il Parlamento, si quantificano in 1.750.014 per la Camera e 1.439.627 al Senato; bei numeri, se consideriamo che corrispondono al 5,14% del totale dei votanti a Montecitorio e del 4,7% a Palazzo Madama.

Entrando nel dettaglio dei 'piccoli' i grafici del Viminale mostrano una realtà piuttosto interessante per chi di politica è appassionato, una realtà bizzarra se vogliamo, che tenteremo qui di analizzare.

I "big" esclusi

Cominciamo da loro, i 'big', quelli che conoscono tutti, che hanno fatto il bello ed il cattivo tempo negli ultimi decenni di politica italiana e che si trovano ora a doversi reinventare pensionati di lusso. Il primo di questi esclusi è sicuramente Gianfranco Fini, capolista ovunque per Futuro e Libertà, che passa dall'essere terza carica dello Stato all'essere un cittadino qualunque, un po' come fu per Fausto Bertinotti ma con la differenza che l'ex segretario di Rifondazione ed ex-Presidente della Camera decise di sua spontanea volontà di andare in pensione. Fini, da un certo punto di vista, è una sorta di esodato della vecchia politica, 'punito' dagli elettori con uno scarno 0.47% (158mila voti).

Il secondo 'big' escluso, come evidenziato anche dal nostro Andrea Signorelli, è Antonio di Pietro, ma il suo nome lo riprenderemo più avanti.

In quota Udc (che ha preso l'1,78% e 8 seggi alla Camera) tra gli esclusi d'eccellenza non c'è Pierferdinando Casini (ma c'è il suo strettissimo collaboratore Roberto Rao) il quale, negli ultimi giorni di campagna elettorale, ha fatto letteralmente il diavolo a quattro per mettere una pezza sulla diaspora di voti dell'Unione di Centro. L'Udc però non 'piazza' nomi decisamente eccellenti: esclusi infatti il Presidente del partito Rocco Buttiglione, la numeraria dell'Opus-Dei Paola Binetti e il liberal Ferdinando Adornato (ma anche Lorenzo Cesa e l'ex ministro Mario Catania, per citarne qualcuno).

Nei 'big' che resteranno fuori dal Parlamento (chissà per quanto, vista l'incertezza del quadro post-elezioni) c'è anche il 'gigante' Guido Crosetto, co-fondatore di Fratelli d'Italia e candidato al Senato, ma anche l'ex sottosegretario Gianfranco Miccichè di Grande Sud e l'ex governatore della Sicilia Raffaele Lombardo di Movimento per le Autonomie.

I grandi esclusi

I 'grandi' esclusi dal Parlamento sono fondamentalmente due: Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, un contenitore di ex-comunisti, ex-magistrati, ecologisti e qualche cane sciolto, e Fare per Fermare il Declino di Oscar Giannino, che paga le bugie del 'master-gate' raccontate negli ultimi 30 anni (innocue, in termini di danno sociale, ma dannosissime per la futura vita professionale del giornalista).

Entrambe le liste si sono dichiarate certe di "piazzare" qualche parlamentare, l'obiettivo primario per entrambi era la Camera dei Deputati, ma nessuna delle due è riuscita raggiungere l'obiettivo (restandoci piuttosto lontano). Il risultato migliore è stato infatti quello di Rivoluzione Civile per Montecitorio, che ha preso uno scarno 2,25% (corrispondente a 765.172 voti), poco più della metà di quelli necessari per permeare i palazzi romani. Il flop della coalizione di Ingroia ha, di rimbalzo, decretato la fine politica anche di Italia dei Valori, come dicevamo poc'anzi (che nel 2008 prese poco più del 4% sia alla Camera che al Senato) e, forse, anche del giustizialismo italiano; nondimeno questo risultato, deludente per la coalizione arancione, certifica definitivamente la frammentarietà inutile dei redivivi partiti comunisti e lo scarso appeal di una coalizione già vista, e sconfitta, nel recente passato.

Gli effetti di questa mancata elezione tuttavia potrebbero essere più interessanti delle nomine che si profilavano prima del weekend elettorale: Antonio Ingroia infatti tornerà a fare il magistrato, chissà se in Sicilia o in Guatemala, dopo essersi 'marchiato' politicamente in maniera piuttosto netta (smettiamola di parlare di 'società civile'): alla faccia della terzietà della magistratura.

Fare per Fermare il Declino ha fatto, se possibile, pure peggio: è evidente che questo movimento ha pagato, senza sconti e anzi piuttosto amaramente, il millantato master e le inesistenti lauree dell'ex Presidente, e fondatore/ispiratore, Oscar Fulvio Giannino; un peccato perchè poco prima che scoppiasse lo scandalo Fare era dato, in zone come il Veneto, il Piemonte e la Lombardia, quasi per certo superiore al 4% ed anche le 'sensazioni' di uno dei massimi esponenti come Massimo Boldrin erano piuttosto positive.

Senza difendere le gravi ed inutili bugie di Giannino, da un certo punto di vista Fare paga uno spirito che in Italia è duro a morire: quello del Paese manettaro ed indignato ma che, lo vedremo nei prossimi 24 mesi, dimentica in fretta.

I piccoli esclusi


Con percentuali tutte al di sotto dell'1% ci sono una miriade di altre coalizioni e partitini: nonostante possano sembrare ininfluenti, e nonostante si possa non a torto pensare che quelle sono tutte realtà politicamente pulviscolari, l'entrare nei dati mostra qualcosa di decisamente interessante.

Il primo dei 'piccoli', sia alla Camera (0,26% con meno di 90mila voti) che al Senato (0,37% con meno di 114mila voti), è il Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando il quale ha rifiutato qualsiasi alleanza con gli ultimi baluardi comunisti in Italia perchè, a suo dire, l'ultimo baluardo è proprio lui.

Con la stessa percentuale (e quasi gli stessi voti) alla Camera, ma con solo lo 0,26% Senato (81mila voti), il diretto concorrente del PCL è Forza Nuova di Roberto Fiore la quale surclassa, nelle briciole elettorali rimaste, persino la Lista Amnistia Giustizia e Libertà, collegata ai Radicali e definitivamente fuori dai giochi politici istituzionali, con lo 0,20% al Senato e lo 0,19% alla Camera, un risultato che, temono molti, potrebbe allontanare anche la possibilità di far correre Emma Bonino alla Presidenza della Repubblica (una candidatura che ha ricevuto gli endorsement bipartisan di molti esponenti politici e non).

Questo è un altro dato che dovrebbe fare pensare: il successo dell'estrema destra sui liberali Radicali (Forza Nuova arriva a prendere quasi una media di 20mila voti in più) specchio di un Paese stranito da tutto e male informato su molto.

Al di sotto dello 0,20% si attestano numerosissime altre realtà: da Fiamma Tricolore a Casapound (personalmente il risultato di questi ultimi mi sorprende alquanto, sopratutto osservando il dato di Forza Nuova), fino al Partito Marxista Leninista e al Partito Pirata (che in Germania raggiunge cifre decisamente diverse ma con programmi decisamente diversi); a parere di chi scrive il vero primo tra gli ultimi (non per i numeri ma per la sorpresa del risultato) è la lista Io Amo l'Italia del giornalista Magdi Cristiano Allam, che ha preso lo 0,13% al Senato (con ben 41mila voti) e lo 0,12% alla Camera (con 42mila voti).

I peggiori di tutti

Con 'i peggiori' non è mia intenzione entrare nel merito delle proposte politiche, quanto dare una sorta di 'cucchiaio di legno' a chi ha preso il peggior risultato elettorale: alla Camera l'esito peggiore è quello di Democrazia Atea di Carla Corsetti, che ha preso solo 556 voti (lo 0,0016%) mentre al Senato è Comunità Lucana di Michele Somma a fare peggio di tutti: 882 voti (lo 0,0029%). Va reso loro l'onore delle armi ed il coraggio di aver corso in una delle più brutte tornate elettorali che la storia della Repubblica Italiana ricordi.

Via | Viminale

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