Processi Silvio Berlusconi: il "lodo Ghedini" e il principio del giudice naturale

Dopo il "lodo Schifani" e il "lodo Alfano" potrebbe arrivare un terzo "lodo", questa volta firmato Ghedini. L'obiettivo è sempre lo stesso: quello di bloccare i processi del Presidente del Consiglio.

La prima soluzione alla quale i parlamentari-legali del Premier hanno pensato, la più efficace, è stata quella dell'introduzione della "prescrizione breve", che spazzerebbe via in un colpo solo i processi Mills e Mediaset. Oltre al Presidente della Repubblica, avrebbero manifestato però il proprio dissenso la Bongiorno ed autorevoli esponenti della Lega.

Difficile giustificare al proprio elettorato quella che si risolverebbe sostanzialmente in un'amnistia coinvolgente tanti altri processi oltre a quelli del Premier. Ed ecco allora l'ipotesi di un "lodo Ghedini", una norma, magari inserita al volo in qualche proveddimento in corso di approvazione, che più o meno dovrebbe recitare: "Per i reati commessi dalle alte cariche il tribunale competente è quello di Roma".

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Un trasferimento forzato a Roma di tutti i processi riguardanti le più alte cariche dello Stato (con evidente prolungamento dei tempi processuali, finalizzato al raggiungimento dei termini di prescrizione). Ovviamente da applicarsi anche ai processi in corso.

Una soluzione ancora una volta palesemente incostituzionale. Innanzitutto, per gli stessi motivi già rilevati dalla Corte riguardo ai precedenti "lodi": l'irragionevole assimilazione di organi che svolgono funzioni istituzionali diverse e l'irragionevole differenziazione tra le posizioni dei Presidenti e quelle dei componenti di organi costituzionali. Problema che potrebbe essere risolto però con l'estensione della misura in questione a tutti i parlamentari e ai ministri.

Il secondo vizio è più grave. E' uno di quelli, per intenderci, che non potrebbe essere superato nemmeno con l'approvazione di una legge costituzionale. Una simile previsione violerebbe, infatti, l'articolo 25, comma 1, della Carta, il quale prevede che "nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge". Il che vuol dire che ciascun individuo deve poter conoscere quale sarà l'organo giurisdizionale dal quale sarà giudicato nell'ipotesi in cui commetta un reato.

Tale principio viene applicato attraverso il rigoroso rispetto dei criteri di competenza, in primo luogo territoriale. Il giudice naturale precostituito per legge è, quindi, il giudice territorialmente competente, individuabile sulla base di criteri generali predeterminati (rispetto al fatto da giudicare) con apposita legge. L'articolo 102, comma 2, della Costituzione, in applicazione di tale principio prevede, tra l'altro, che non possono essere istituiti "giudici straordinari".

Per "giudice straordinario" si intende un organo giudizario creato ad hoc, dopo il compimento di un determinato fatto e istituito solo per giudicare su quel fatto o su un determinato soggetto. La creazione di un organo del genere violerebbe il principio del giudice naturale. Ma una violazione analoga deriverebbe dalla sottrazione dell'istruzione o del giudizio al giudice competente per territorio.

Dietro tale previsione sta un valore fondamentale che ispira l'organizzazione della giustizia nel disegno costituzionale: l'imparzialità del giudice. L'attribuzione ad un organo diverso da quello cui spetterebbe, secondo i vigenti criteri di competenza, il compito di giudicare su un determinato fatto o su una determinata persona attenterebbe alla stessa immagine del giudicante come soggetto terzo ed imparziale.

Si potrebbe obiettare che la competenza del Tribunale di Roma in merito a tutti i giudizi riguardanti le più alte cariche dello Stato sarebbe generale e predeterminata. Ma ciò varrebbe solo per i giudizi futuri, non per quelli in corso, in riferimento ai quali l'applicazione della previsione risulterebbe un'evidente violazione dell'articolo 25.

Peraltro, anche per i giudizi futuri una misura del genere richiederebbe probabilmente una legge costituzionale, costituendo una deroga al sistema delle competenze giurisdizionali e, in definitiva, ancora una volta del principio di eguaglianza riconosciuto dall'articolo 3 della Costituzione. Come ha già fatto nella decisione sul "lodo Alfano", anche in questo caso la Corte costituzionale potrebbe richiedere l'approvazione di una legge costituzionale.

In definitiva, una serie di vizi d'illegittimità costituzionale che certamente non sfuggono all'avv. Ghedini. Quale sarebbe allora il reale scopo di un simile intervento? Semplice: quello di guadagnare un po' di tempo per raggiungere i termini di prescrizione nei giudizi del Premier. La norma verrebbe certamente impugnata dai giudici dei processi riguardanti il Presidente Berlusconi dinanzi alla Corte costituzionale e quest'ultima impiegherebbe almeno un anno per decidere. Periodo che, in caso di annullamento della legge da parte della Consulta, finirebbe con l'essere conteggiato ai fini del computo dei termini di prescrizione.

Come diceva qualcuno, la domanda sorge spontanea: un simile obiettivo può giustificare tutto il tempo e soprattutto i costi richiesti dall'approvazione di una legge del genere?

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