Il giudice Napolitano propone di introdurre il diritto di dissentire per i componenti della Corte costituzionale: è una buona idea?

Paolo Napolitano

L'idea non è certo nuova. Tra i costituzionalisti se ne discute da tempo. Mi riferisco alla riforma volta ad introdurre, anche nel nostro ordinamento, la possibilità, per i giudici della Corte costituzionale, di esprimere le proprie opinioni in dissenso con la decisione assunta dalla maggioranza del collegio giudicante (negli USA la dissenting opinion può essere manifestata dai membri della Corte Suprema rimasti in minoranza).

I lavori della Corte costituzionale italiana sono ispirati al principio di collegialità: così, l'approvazione del dispositivo della sentenza è collegiale e non è prevista la divulgazione dell'esito del voto, con l'indicazione dei favorevoli e dei contrari (la fuga di notizie che si è avuta in occasione della pronuncia sul "lodo Alfano" è stata una vicenda del tutto anomala). La decisione della Consulta è, dunque, unica e viene imputata a tutti i componenti dell'organo, senza che questi possano esprimere eventuali opinioni contrarie (ovviamente di minoranza).

Sarebbe utile consentire anche ai giudici costituzionali italiani di pubblicizzare le proprie dissenting opinions? Secondo il giudice costituzionale Paolo Maria Napolitano sì: "La segretezza non è una garanzia e nulla ha a che fare con l'indipendenza del giudice - ha dichiarato il componente dell'alto collegio-. Anzi, il voto segreto rischia di diventare un alibi per l'incoerenza". Dunque, si tratterebbe di una riforma intesa a promuovere la chiarezza, la trasparenza e la coerenza delle posizioni. Ma sarebbe veramente così? Ci sono controindicazioni?

Le ragioni contro l'introduzione dell'opinione dissenziente, che pure potrebbe avere qualche effetto positivo soprattutto sulla qualità delle motivazioni delle pronunce costituzionali, sono, a dire il vero, piuttosto serie. Una simile riforma potrebbe attentare, a ben vedere, alla stessa legittimazione dell'organo di giustizia costituzionale. L'idea che, sulla base di argomentazioni giuridiche, un giudice costituzionale possa ritenere, diversamente dalla maggioranza del collegio, che una legge sia conforme a Costituzione, con tutta probabilità, diffonderebbe nell'opinione pubblica l'idea che la Corte non è un organo di controllo terzo ed imparziale, bensì un organo politico, all'interno del quale si consumano battaglie tra opposte fazioni.

A ciò si aggiunga che l'autonomia e l'indipendenza dei singoli giudici potrebbe essere seriamente compromessa: qualche giudice senza molti scrupoli potrebbe, infatti, essere tentato di dichiarare il proprio dissenso in vista di specifici vantaggi contingenti. Infine, la redazione di sentenze comprensive anche di opinioni dissenzienti, dunque ben più ampie e articolate di quelle che attualmente vengono emesse dalla Corte costituzionale, potrebbe comportare un rallentamento dei lavori dell'organo, con un evidente danno per la sua efficienza.

Soprattutto in una fase politica travagliata come quella che stiamo attraversando, difficilmente una riforma di questo genere riuscirebbe a rafforzare la Consulta e il sistema delle garanzie costituzionali. Non sempre, del resto, istituti giuridici adottati in altri Paesi (anche in ordinamenti di antica tradizione democratica come gli Stati Uniti) vanno bene per il nostro. Così, ad esempio, negli States eleggono i giudici, ma quanto sarebbe ragionevole introdurre in Italia una simile tecnica di designazione degli organi giudiziari?

Foto | www.cortecostituzionale.it.

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