La canzone dialettale ammessa al Festival di Sanremo. Vittoria politica della Lega Nord o rivoluzione culturale?


La battaglia della Lega Nord per ridare dignità ai dialetti e alle lingue locali (ricordiamo per esempio che alcuni idiomi regionali, per esempio il veneto e il friulano, vanno considerati lingue a tutti gli effetti) sortisce un primo clamoroso effetto. Se infatti per ora aveva ottenuti piccoli seppur ben pubblicizzati risultati, con la realizzazione di qualche cartone animato e alcune segreterie telefoniche comunali in dialetto, oggi può registrare un ben più significativo successo, vista la popolarità di cui gode Sanremo, il festival canzonettaro nazionale.

Cos'è accaduto dunque? Semplicemente che è stato cambiato l'articolo 6 del regolamento, ovvero quello che escludeva tutti i brani cantati in lingue diverse dall'italiano (erano ammessi nei testi solo in minima parte - vedi Tazenda quando cantarono in sardo in coppia con Bertoli). Le lingue straniere naturalmente rimangono off limits, ma gli idiomi dialettali vengono equiparati all'italiano, in quanto "appar­tenenti alla lingua italiana, qua­li espressioni di cultura popola­re".

Potremo così goderci finalmente nella loro espressione originale canzoni ispirate alla musica folk regionale, come la taranta salentina, la classica canzone napoletana o il country laghee alla Davide Van de Sfroos, pronunciato in dialetto comasco. E se si può discutere sulla paternità politica dell'operazione, che come ovvio non farà piacere a tutti, ricordiamo che i partiti passano ma le tradizioni restano e nessuna forza politica potrà mai mettere cappello sull'orgoglio di un uomo fiero di parlare l'idioma del luogo in cui è nato.

Sconfinando per un attimo in un argomento esterno a PolisBlog potremmo anche aggiungere che è un bene per la musica italiana, la cui asfittica produzione poppettara e pseudo-rock/melodica verrà finalmente integrata da un afflato di qualità proveniente dal nostro settore più originale e di alto livello; ovvero proprio il folk regionale e tutte le contaminazioni che vi fanno riferimento. Non si vede infatti perché gente come Uccio Aloisi (il re della taranta), lo stesso Van de Sfroos o la Nuova Compagnia di Canto Popolare non possano avere un respiro internazionale, così come ce l'hanno il fado o il folk celtico e ispano-americano.

Ma quel che più conta è che siamo di fronte a una vera rivoluzione culturale, che capovolge il precetto del dopoguerra, quando il dialetto era visto come un'espressione di ignoranza che favoriva l'analfabetismo e impediva l'apprendimento dell'italiano. In pieno terzo millennio i rischi per l'italiano diremmo proprio che si siano eclissati, e forse possiamo ricominciare serenamente a riscoprire le nostre radici parlando una seconda lingua che esprima l'amore per la propria terra.

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