Il tasso di disoccupazione in Italia è in realtà molto più alto di quanto sembra?


Perché in Italia non si istituisce un assegno di disoccupazione unico, sul modello di quasi tutti i paesi europei? Perché si insiste con l’ingiusto e inefficace sistema attuale di ammortizzatori sociali?

Le risposte a queste domande, a dire il vero, non sono mancate: il Presidente del Consiglio, ad esempio, aveva all’epoca sostenuto che una riforma di questo tipo (proposta dal PD) avrebbe prodotto un aumento della disoccupazione, perché i datori di lavoro ne avrebbero approfittato per licenziare.

L’argomento di Berlusconi toccava un problema reale, ma è apparso strumentale. In realtà, l’istituzione di una misura seria e universale di sostegno della disoccupazione rischia davvero di far schizzare alle stelle il relativo tasso, ma per un altro motivo: porterebbe allo scoperto una quota di popolazione alla ricerca di lavoro che attualmente sfugge alle statistiche. Vediamo come, dopo il salto.

Il tasso di disoccupazione in Italia
Il tasso di disoccupazione in Italia

Quello del basso tasso di disoccupazione nel nostro paese (attualmente al 7,4%) rispetto alla media europea (tra il 9 e il 10) è un argomento tipico dei governi italiani di qualsiasi colore. Ancora durante l'approvazione della Finanziaria 2010 Berlusconi, Tremonti e Sacconi vi hanno fatto ricorso per commentare i dati Istat sulle forze lavoro del II trimestre 2009.

Questi dati proverebbero, secondo i sostenitori del governo, che gli allarmi sollevati da molti sulle ripercussioni occupazionali della crisi economica sono solo speculazioni mediatiche e che gli ammortizzatori sociali italiani sono più che sufficienti a far fronte alla tempesta globale.

Peccato che al milione e ottocentomila disoccupati risultante dalle statistiche si debbano sommare altri due milioni e ottocentomila persone in cerca di occupazione. Questo è dovuto al particolare modo in cui, nelle rilevazioni dell’Istat, vengono definiti i senza lavoro.

Una persona è infatti considerata disoccupata solo se si reca in un Centro per l’impiego e sottoscrive il documento di disponibilità al lavoro; in caso contrario, viene definita invece inattiva, ovvero senza lavoro ma non alla ricerca di impiego (come casalinghe e pensionati).

Nel nostro paese gli inattivi in età lavorativa sono quasi 14 milioni, e di questi quasi 3 vorrebbero in realtà cercare impiego o sarebbero comunque disponibili a lavorare; non lo fanno però, perché in gran parte “scoraggiati” dalla mancanza di lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno. Come lo sappiamo? Grazie ad un'altra domanda dell’indagine Istat.

Queste persone sono a tutti gli effetti disoccupati nel mondo reale, ma non per le statistiche. Tenere conto di questa fetta di Italia porterebbe il nostro tasso di disoccupazione al 16,8 per cento (circa 4,7 milioni di persone): il peggiore risultato in area OECD esclusa la Spagna (cfr. il grafico in gallery, costruito sulla base di dati Istat).

Il tasso di disoccupazione in Italia

E qui qualcuno potrebbe dire: “Ma se il problema esiste negli altri paesi, la graduatoria dovrebbe rimanere pressappoco uguale!”. Il fatto è che il problema esiste soprattutto in Italia: in quasi tutti gli altri paesi Euro15, la quota degli “scoraggiati” (e più in generale quella degli inattivi) presenta dimensioni molto più contenute.

Il punto centrale è che mancano dalle nostre parti adeguati incentivi ad iscriversi ai Centri per l’impiego. Che cosa ne ricava infatti, ad oggi un disoccupato? Qualche sporadico corso di formazione e eventuali doti economiche, che dipendono soprattutto da avanzi dei bilanci regionali e/o da quelli dei fondi comunitari.

In quasi tutti i paesi europei l’iscrizione si associa invece ad una serie di interventi che prevedono indennità economiche (assegni di disoccupazione) e percorsi formativi individuali: questo aumenta l’attrattività dell’iscrizione ai Centri per l’impiego e riduce di conseguenza il numero degli “scoraggiati” invisibili alle statistiche.

Se tutto questo è vero, allora il tasso di disoccupazione (apparentemente) basso del nostro paese mostra in realtà più che altro l’inadeguatezza dei nostro welfare: altro che “i migliori ammortizzatori sociali d’Europa” caro Ministro Brunetta!

A questo problema se ne aggiunge poi un secondo: la totale incapacità dei Centri per l’impiego di funzionare come intermediatore tra domanda e offerta nel mercato del lavoro; una criticità sentita soprattutto nelle regioni del Sud, per una ragione banale: mancando il lavoro, mancano anche i presupposti per un’intermediazione efficace.

Si vede dunque come, stante la situazione attuale, qualsiasi intervento di riforma migliorativa degli ammortizzatori sociali e dei Centri per l’Impiego porterebbe, paradossalmente, ad un aumento del tasso di disoccupazione fino al citato 16%. Un fatto che probabilmente costituisce un ulteriore disincentivo all’azione per tutti quei politici più attenti alla propria popolarità che al bene del paese.

In particolare, il governo porta la pesante responsabilità di non essersi interessato minimamente ai quasi tre milioni di “disoccupati - inattivi”: i dati citati in questo post sono infatti ben noti a tutti gli addetti ai lavori, anche all’interno dell’esecutivo: ciononostante, ci si continua a beare del nostro “tasso di disoccupazione più basso della media”.

A quanto pare, si è ritenuto preferibile lasciare queste persone alla dipendenza dai redditi dei propri familiari, dal lavoro nero e/o dalla manovalanza delle organizzazioni criminali, piuttosto che mettere in cantiere quella seria riforma degli ammortizzatori sociali di cui il paese avrebbe bisogno.

Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Purtroppo.

Si ringrazia Francesco Giubileo per la collaborazione alla stesura dell'articolo.

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