Governo, il Corriere della Sera detta la linea: no a un accordo tra PD e M5S


Che il Corriere della Sera sia la voce dei cosiddetti "poteri forti" in Italia non ci sono dubbi, e d'altronde basta guardare la composizione del Cda per vedere che non manca proprio nessuno dei nomi che contano. La linea editoriale rispecchia questa composizione, e non è una novità, né fa scandalo: quello che però sorprende è come da qualche tempo via Solferino cerchi di dettare la linea alla politica e persino al Capo dello Stato in maniera esplicita e senza troppi giri di parole. Questo avviene con una morsa a tenaglia, da un lato editoriali, dall'altro notizie (spesso da fonti non verificabili) mirate a rafforzare la tesi dell'editoriale.

Non è una novità, il Corriere (e non solo lui) ha sempre cercato di avere un ruolo di "moral suasion" ma qualcosa è cambiato dal novembre 2011: in quell'occasione il Corriere fu il primo a fare il nome di Mario Monti (per inciso, suo editorialista) come premier, e da quel suggerimento nacque la suggestione che portò alla strana maggioranza. Da lì il Corriere ha fatto il salto di qualità, e per alcuni è anche stato il regista della "salita in campo" di Monti. Ora che il premier è politicamente fuori dai giochi, la nuova preoccupazione del quotidiano diretto da De Bortoli è che non si faccia l'accordo tra PD e Grillo. Facciamo una rapida cronistora degli articoli del Corriere da martedì a oggi.

26 febbraio: i risultati elettorali non sono ancora definitivi ma Francesco Verderami, editorialista principe del Corriere, già mette le mani avanti "Elezioni anticipate o larghe intese. Le due strade dopo lo tsunami". Superlfuo dire che le "larghe intese" di Verderami riguardano Pd e Pdl, non il M5S "L'inseguimento dei Cinquestelle è tempo perso", specifica, in caso qualcuno avesse ancora dei dubbi. Infine un "messaggio" al segretario PD: "se si andasse a elezioni anticipate, Bersani dovrebbe passare la mano a Renzi". E Renzi al Corriere non piace, ma ci arriveremo. Lo stesso giorno, Marzio Breda legge nel pensiero del Capo dello Stato: "La linea, tenersi le mani libere".

27 febbraio. C'è una novità: Bersani ha aperto a Grillo invece che al Pdl. Al Corriere forse non se l'aspettavano e corrono ai ripari, prima con Paolo Mieli a Ballarò, poi con ben tre articoli: il solito Verderami fa un parallelo tra il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord che nel 1992 offrì i suoi voti ad Andreotti per rompere il "Caf". Insomma, quella di Grillo è una trappola da cui stare lontani. Gli dà manforte Maria Teresa Meli, che dà voce ai vai big del PD ma titola "Pronti alle larghe intese, il comico terrorizza gli investitori": ecco qui lo spettro dei mercati, che già funzionò per mandare Berlusconi a casa e Monti a Palazzo Chigi. Chiude il quirinalista Breda che riporta i laconici commenti di Napolitano rafforzando l'invito ai partiti a "riflettere".

28 febbraio.. Si apre sorprendentemente con un articolo, a firma Massimo Franco, non esplicitamente contrario all'accordo PD-M5S, anche se poi si ricorda che Grillo suscita all'estero non meno allarmi di Berlusconi. Poi l'ineffabile Verderami cerca di replicare "l'operazione-Monti" spiegando che si va verso le larghe intese e lanciando anche due nomi per Palazzo Chigi: Fabrizio Saccomanni e Pier Carlo Padoan.

1 marzo. È ancora Verderami a dettare la linea: il governo di scopo porterebbe a uno stallo sulle principali riforme, meglio allora le larghe intese come peraltro detto da D'Alema in un'intervista, guarda caso proprio al Corriere. Ma il vero capolavoro di questa giornata è l'articolo della Meli intitolato "Renzi: sono pronto a fare il premier". Ne abbiamo già parlato, un titolo che non ha nessuna attinenza con il reale contenuto del pezzo, peraltro basato quasi solo su "sentito dire", che però costringe il sindaco di Firenze a commentare. Come detto, al Corriere Renzi non sta simpatico, e così lo si costringe a chiamarsi fuori da solo.

2 marzo. Marzio Breda continua a spiegare come e perché Napolitano non darà l'incarico a Bersani per un governo di minoranza "Certezza sul sostegno in Aula. La precondizione del Quirinale" è il titolo inequivocabile. E, dopo D'Alema, viene intervistato anche Veltroni che dice no a un governo con i 5 Stelle; dice no anche a un accordo con il Pdl, ma suggerisce a Napolitano di fare un "governo del presidente" a cui le forze responsabili dovrebbero dare fiducia.

3 marzo. Dopo essere rimasto in silenzio, scende finalmente in campo anche il direttore Ferruccio De Bortoli che definisce "patetico e surreale" il tentativo del PD di rivalutare il M5S, e l'idea di Bersani è "curiosa e destinata al fallimento", oltre che ovviamente malvista dal Colle. E De Bortoli liquida così il "modello Sicilia" richiamato spesso in questi giorni come esempio di collaborazione tra le due forze:

Il modello Sicilia ( sic ), che ha associato il Movimento 5 Stelle all'incerta presidenza Crocetta, ha avuto per ora un solo risultato: l'opposizione al radar americano di Niscemi, gettando alle ortiche accordi internazionali. Inutile parlarne.

Già, perché parlarne?

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