Lotta dura nel Pdl per il "berlusconismo" senza Berlusconi

Lui, il Cavaliere, si è autodefinito il “miglior statista degli ultimi centocinquanta anni” ma le ultime vicende dimostrano che le sue batterie si stanno scaricando. La spinta propulsiva si è oramai esaurita e Silvio Berlusconi ha imboccato il tunnel di una crisi senza ritorno.

La crisi di Berlusconi non produrrà necessariamente la fine del berlusconismo. Il “modello” imposto dal Cavaliere in ordine alla società del “talk show” e in ordine ai partiti (inutili ferri vecchi) e alla politica (inutile orpello) subirà mutazioni ma non sarà stravolto.

Non solo i “poteri forti” e le opposizioni sono al lavoro per il “dopo Berlusconi”. Nelle sfere più avvedute dello stesso Pdl c’è il “sentore” che la “fine dell’impero” è vicina ed è per questo che all’interno si è aperta una lotta per la successione.

Non sono scaramucce, ma una dura lotta fra i “big”, che non riguarda solo l’occupazione personale del potere ma l’interpretazione da dare al berlusconismo senza Berlusconi.

Più nel male che nel bene, comunque Berlusconi, avuto campo libero dalla crisi dei partiti, è riuscito a “interpretare” l’Italia post prima Repubblica, estremizzando tutto: la personalizzazione della politica, il leaderismo, il populismo, l’individualismo, il familismo, l’antipolitica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Berlusconi non ha né sostituti, né delfini. Vincerà chi saprà coniugare leadership con un progetto di cambiamento dell’Italia. Un'occasione da non perdere. Anche per l'opposizione.

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