Trattativa Stato-mafia: chi è Nicola Mancino


È uno degli imputati eccellenti nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia, di cui oggi è stato deciso il rinvio a giudizio. Nato nel 1931 a Montefalcione in provincia di Avellino, figlio di un ferroviere, si laurea in legge ma ben presto lascia l'avvocatura per la politica. Entra a far parte del ristretto gruppo DC irpino che, negli anni '60, crea una corrente ("sinistra di base") che apre a un accordo con il Pci e che condiziona anche la politica su scala nazionale del partito. Oltre a Mancino, del gruppo fa parte il futuro presidente del Consiglio Ciriaco De Mita e legato a Mancino da un'amicizia decennale.

Presidente della Regione Campania nel 1971, Mancino viene eletto per la prima volta in Parlamento nel 1976, dopo essere stato segretario prima provinciale e poi regionale della Dc. La sua presenza nel partito è discreta, viene ritenuto incapace di intuizioni politiche ma è bravo a tessere rapporti anche con gli avversari politici: in particolare apre un filo diretto con diversi esponenti del Pci tra cui soprattutto i "miglioristi" Gerardo Chiaromonte e Giorgio Napolitano. Quando De Mita diventa premier, nel 1988, Mancino viene nominato capogruppo al Senato. Nel 1992, in pieno allarme per le stragi di mafia, viene designato come ministro dell'Interno da Giuliano Amato. È a questo periodo che si riferiscono le accuse nel processo sulla trattativa.

La nomina stessa di Mancino viene ritenuta parte di un messaggio dello Stato: il suo predecessore, Vincenzo Scotti, si era messo in luce per un inasprimento della lotta alla mafia, anche attraverso interventi legislativi. La sostituzione di Scotti – "premiato" con il ministero degli Esteri, che poi rifiutò – sembrò un messaggio di tregua a Cosa nostra. Nel giorno del suo insediamento, Mancino avrebbe incontrato Paolo Borsellino, che sarebbe tornato "sconvolto" dal colloquio: l'ex ministro però nega e dice di non ricordare.

Dopo il Viminale, Mancino viene eletto presidente del Senato nella legislatura 1996-2001, e come seconda carica dello Stato il suo nome viene preso in considerazione per l'elezione del presidente della Repubblica nel 1999. Il centrosinistra vorrebbe coalizzarsi attorno a Mancino, ma l'ala PPI della maggioranza, e in particolare il presidente uscente Scalfaro, mette il veto. Si consola, nel 2006, con la nomina a Vicepresidente del CSM. Ricoprendo questa carica viene investito da nuove polemiche soprattutto per l'intervento sul caso "Why Not", l'inchiesta condotta da Luigi de Magistris che coinvolgeva la politica e il crimine organizzato. Il CSM stoppò l'inchiesta e censurò il comportamento del magistrato, trasferendolo e togliendogli l'incarico.

Terminato il mandato al Csm, Mancino torna all'onore delle cronache per le intercettazioni telefoniche con Napolitano e il suo consigliere Loris D'Ambrosio. Mancino avrebbe cercato aiuto e collaborazione dal Quirinale per evitare di essere ascoltato e indagato dai giudici nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa. Da questa vicenda è poi generato il conflitto tra il Quirinale e la Procura di Palermo per cui la Consulta ha deciso la distruzione delle intercettazioni.

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