Totonomine: secondo Mentana, Romano Prodi al Quirinale e Mario Mauro al Senato


Nella settimana che vedrà riunirsi Senato e Camera per eleggere i suoi presidenti, impazza il totonomi. Una partita delicata e soprattutto "al buio": per la prima volta da decenni si eleggeranno i presidenti delle Camere prima di avere ben chiare le alleanze di governo. E visto che, tempo poche settimane, cambieranno anche gli inquilini di Quirinale e Palazzo Chigi, mantenere un equilibrio è praticamente impossibile. Il Pd parrebbe disposto a lasciare almeno una Camera ad altri partiti, ma a quali? Al M5S, che però non sembra interessato; il Pdl è interessato, ma il Pd nicchia; su Monti si potrebbe convergere, ma politicamente avrebbe poco senso. D'altronde, è la riflessione di molti nel Pd, cedere una Camera è un rischio, visto che non c'è la certezza di guidare il nuovo governo e di far eleggere il nuovo Capo dello Stato.

Ieri su Twitter, Enrico Mentana ha dato quattro nomi per le quattro più alte cariche dello Stato:




Una spartizione tra Pd e Scelta Civica, sostanzialmente. Il partito di Bersani si terrebbe la Camera, dove ha la maggioranza assoluta, mentre darebbe la presidenza del Senato a Mario Mauro, ex Pdl passato con Monti, persona su cui potrebbero convergere i senatori del centrodestra. Per Palazzo Chigi si opterebbe su Anna Maria Cancellieri per un esecutivo di scopo, e il Pd potrebbe "forzare la mano" e portare al Quirinale il suo candidato Romano Prodi, magari con l'aiutino dei montiani.

Le cose però non sembrano così semplici. Intanto nel Pd le posizioni sono molteplici: da un lato c'è Massimo D'Alema, che sostiene la necessità di cedere entrambe le Camere alle opposizioni, per garantire una collaborazione istituzionale (e magari candidarsi lui stesso al Quirinale). Un'opzione che viene vista come troppo rischiosa, visto che il Pd potrebbe trovarsi senza niente in mano. Cedere la presidenza del Senato è invece una scelta quasi forzata, visto che nessuno ha la maggioranza assoluta, e Bersani non vuole ripetere l'errore di Prodi nel 2006, quando la decisione di tenersi tutte le cariche istituzionali impedì qualsiasi dialogo. Il difficile sarà trovare un nome che vada bene a tutti: si pensava a Monti, ma la sua elezione alla presidenza del Senato lo costringerebbe a dimettersi da premier, creando un vuoto istituzionale, e Napolitano ovviamente non è d'accordo. Resta quindi un altro centrista: si è fatto il nome di Casini, su cui però c'è il veto del Pdl, e quello del giuslavorista Pietro Ichino, fuoriuscito dal Pd e per questo malvisto dagli ex compagni. Mauro potrebbe essere il compromesso.

D'altronde non può dormire sonni tranquilli neppure Dario Franceschini. All'ex segretario pro-tempore la presidenza di Montecitorio è stata promessa da mesi, ma ora all'interno del Pd si valutano soluzioni alternative: i "giovani turchi", in particolare, forti del peso guadagnato negli equilibri del partito premono per essere rappresentati in incarichi importanti. Come la presidenza della Camera, per cui si sarebbe fatto il nome del giovane Andrea Orlando.

Foto © Getty Images

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