Termini Imerese: cosa sta succedendo e di chi è la colpa



Torniamo ad occuparci della questione Termini Imerese in uno sforzo analitico scevro da populismi e facili esercizi di retorica. Nel titolo ci proponiamo di stabilire di chi sia la colpa se lo stabilimento chiuderà a ottobre del 2010, ma è evidente che non esistono verità iscritte nella pietra, e tantomeno verità "facili".

Ciò che invece è sicuramente vero, è che sulla pelle dei lavoratori si sta svolgendo un gioco di interessi e piccole astuzie che abbiamo già visto molte volte negli anni, ultima della quale la crisi Alitalia. Come detto, la situazione non è facile, e si inquadra in una crisi generale del comparto auto davanti alla quale non possiamo chiudere gli occhi. Molti vecchi potentati (vedi Opel e Chrysler) sono andati in bancarotta e l'accordo americano della Fiat non ha fatto che gettare fumo negli occhi.

La realtà di un paese normale sarebbe semplicemente che i due stabilimenti del sud (Termini e Pomigliano d'Arco) sono improduttivi e non stanno in piedi, anche se la loro situazione non è poi molto dissimile dagli altri 3 nel resto d'Italia. I 5 stabilmenti italiani, come ha ammesso lo stesso Marchionne, producono lo stesso numero di vetture dello stabilimento polacco che però conta più del 30% degli operai in meno. E addirittura un numero inferiore al Brasile con meno della metà di persone impiegate (7.300 contro 22.000).

I fari rimangono puntati proprio sui due siti meridionali perché, come ha affermato l'Ad di Fiat con una battuta magari infelice ma efficacissima, "Tremonti non può spostarli vicino a Torino". Ergo, vanno chiusi o riconvertiti. Questo sempre in un paese normale, in cui l'imprenditoria privata è privata e stop.

Dunque non in Italia. Ovvero il paese che ha tenuto in piedi la Fiat con casse integrazioni permanenti e un numero ridicolo di leggi-incentivo al settore automobilistico. Coi soldi nostri. E perché tutto questo? Non certo per l'ambizione di mantenere un'industria tutta tricolore, ma (in mezzo a vari interessi personalistici) per tenere buono il mezzogiorno nel disperato e innaturale tentativo di industrializzarlo. Innaturale, perché dopo decenni sarebbe ora di prendere atto che la vocazione del meridione risiede altrove (terziario, turismo ecc.) e non nell'industria pesante.

Il fatto è che la Fiat è pesantemente corresponsabile (quanto ci ha guadagnato!) di questa politica scriteriata e non può tirarsi indietro ora, come sa bene lo stesso Marchionne. Ecco perché tutto il teatrino mira semplicemente a ottenere nuovi denari di stato, magari per riconvertire Termini Imerese ad altra produzione. Caso nel quale, sia ben chiaro, si sarebbe ottenuto già il massimo. Con buona pace dei sindacati, anche loro corresponsabili della politica suicida di cui sopra, della Regione Sicilia guidata da uno dei governatori più populisti d'Italia, e infine - spiace dirlo - dei lavoratori stessi. Infatti se è sacrosanta la protesta per salvare il proprio posto di lavoro, risulta assolutamente inaccettabile la pretesa di continuare a fare auto "perché è quello che sappiamo fare".

Se era quello che sapevate fare, ora imparerete a fare dell'altro pur di mantenere il posto di lavoro in Fiat. È ora di cambiare mentalità tutti quanti; governo, azienda e lavoratori.

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