Bersani crede nel miracolo. Ma Napolitano: "Voglio vedere una maggioranza. Il miracolo deve essere dimostrato"

Non è solo una “vittoria di Pirro” quella che Pierluigi Bersani porta a casa con la elezione di due esponenti qualificati fuori dalla politica quali Pietro Grasso e Laura Boldrini alla presidenza di Senato e Camera.

Intanto perché il primo round dopo le elezioni di febbraio tiene all’angolo la destra berlusconiana, scompiglia ancor prima della “guerra vera” la falange grillina, lascia nuda e cruda la pattuglia centrista montiana.

Per il Pdl, contrapporre a Grasso uno come Schifani, dimostra l’abisso che separa la destra italiana dalla realtà del Paese e quanto quel partito sia al servizio esclusivo del suo padre padrone. La presenza stessa del Cav con occhiali scuri nell’aula del Senato – fisicamente un mix sinistro fra un caudillo dell’America latina e un dittatore di uno Stato socialista anni 50-60 o un mafioso italiano da C’era una volta in America – può aver giocato non poco nella decisione di alcuni grillini di disobbedire agli ordini del grande capo, passato subito alle minacce.

Ora, sulla spinta di una giornata apparentemente perfetta, Bersani si riprende e rilancia: “Posso dimostrare il miracolo. Il governo si può fare”. E’ vero, altre volte – l’ultima, quella del voto di febbraio, è ancora ferita sanguinante – il segretario del Pd si è fatto prendere la mano da una euforia dilettantesca perdendo sia il passerotto in mano che il tacchino sul tetto.

Bersani sa che con Napolitano non vale il gioco delle tre carte, né tanto meno intende affidarsi alla ruota della fortuna o agli umori di questo o quel parlamentare. Il capo dello Stato non si schioda: “Voglio vedere una maggioranza. Il miracolo deve essere dimostrabile”.

Bersani comunque ci prova ancora e andrà fino in fondo. Una partita persa in partenza? Forse. Comunque vada, il leader del centrosinistra potrà dire di aver tentato di tutto per dare un governo al Paese nel gorgo della crisi, incolpando gli altri di un eventuale flop. E soprattutto tenterà di mettere all’incasso (elettorale) la scelta e la elezione di Grasso e Boldrini – sintesi ed esempio di cambiamento reale fuori dalla politica ma non frutto dell’antipolitica – soprattutto se il banco saltasse subito e alle urne si dovesse tornare già a giugno, al massimo in autunno.

Altre strade? Larghe intese? Governo del presidente? Possibili, ma fuori dalla strategia di Bersani e del Pd. Nel campo della gran battaglia in arrivo resteranno fumanti gli ultimi rimasugli della partitocrazia Made in Italy.

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