Beppe Grillo nella palude fra "rivoluzione" e "reazione"

Ai tempi andati della prima Repubblica, quando c’erano grandi partiti e dirigenti selezionati democraticamente dal basso sulla base di qualità dimostrate, un fatto come quello accaduto al M5S sull’elezione del presidente del Senato, avrebbe portato alle immediate dimissioni del segretario o leader come lo si vuol chiamare.

Perché i voti che hanno permesso l’elezione di Pietro Grasso non sono stati il prodotto di una svista, una scivolata su una buccia di banana, ma il primo segnale concreto dei limiti politico-strutturali su cui regge l’intero impianto di un movimento-partito dal sapore di setta.

In democrazia le scorciatoie non esistono e neppure le nuove tecnologie della comunicazione, pur indispensabili per spingere il coinvolgimento dei cittadini, non sostituiscono tout court persone, idee e progetti reali, non annullano la fatica e il valore dei processi di mediazione e di decisione.

Il “centralismo democratico” leninista riproposto dal rivoluzionario in doppio petto Palmiro Togliatti come un vestito su misura per la via italiana al socialismo tentata dal Pci fu probabilmente il tentativo più avanzato fra democrazia diretta-democrazia rappresentativa-capacità di decisione-gestione unitaria. I risultati non mancarono, ma trattavasi pur sempre di una scelta antidemocratica, incapace di reggere in una società post ideologica e post industrializzata.

Il mondo e l’Italia sono cambiati, Grillo non è Togliatti e il M5S non è il Pci, ma i nodi restano: la crepa dell’altro ieri al Senato dimostra che l’ombrello non ha retto ai primi chicchi di grandine.

Aveva visto bene Bersani – uno che se ne intende – sulla incapacità di Grillo a gestire una situazione “sballata” in partenza. Sì, chi di spada ferisce, di spada perisce e forse siamo solo alla prima puntata di una crisi che imporrà a Grillo il cambio di passo. Impossibile?

Grillo non ammainerà le proprie bandiere sventolate in campagna elettorale: la democrazia diretta, il web come panacea di tutti i mali, lo sfogatoio e l’insulto per fare tabula rasa del Palazzo e della partitocrazia da mettere al rogo, il bastone autoritario dell’uomo solo al comando che guida il gregge dall’esterno, senza essere intaccato dai melensi effluvi del potere. Nel M5S si arriverà così presto alla rottura, non necessariamente alla decapitazione del movimento.

Serve adesso la capacità di inserimento nel giogo democratico, non piegandosi all’inciucio, ma iniziando a giocare con le regole dettate dalla Costituzione. O Grillo guiderà questa evoluzione riformista o resterà solo il capo di una setta che giocherà alla rivoluzione virtuale.

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