Veritometro: Brunetta, l'Articolo 18 e la precarietà dei giovani



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"Noi concentriamo la flessibilità sui figli, l'articolo 18 garantisce i padri, che sono ipergarantiti"



Renato Brunetta



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Dopo le dichiarazioni di due settimane fa sui 500 euro da dare ai giovani togliendoli alle pensioni, continua la conversione di Renato Brunetta - che solo qualche mese fa tesseva le lodi del sistema di welfare italiano - verso il riconoscimento di una verità palese a tutti gli esperti del tema: la regolamentazione del mercato del lavoro e lo stato sociale italiano sono congegnati in modo tale da discriminare i giovani in maniera brutale.

Nello specifico, la verità di quanto dichiarato ieri sera a "Porta a Porta" dal Ministro della Funzione Pubblica è facilmente dimostrabile. Prendiamo come cas de figure la reazione del sistema-Italia alla crisi: come hanno spesso fatto notare con spavalderia del tutto fuori luogo i ministri del governo, il tasso di disoccupazione del nostro paese si è mantenuto (almeno ufficialmente) sotto la media europea.

Peccato che il nostro paese sia uno di quelli con il tasso di disoccupazione giovanile più alto del continente, nonchè lo Stato in cui la differenza tra questo e quello degli adulti è più aumentata dall'inizio della crisi. Potete verificarlo da voi nei grafici che vi riporto in gallery.

La disoccupazione giovanile in Italia e in Europa
La disoccupazione giovanile in Italia e in Europa La disoccupazione giovanile in Italia e in Europa

Se quanto detto finora è vero, e se la matematica non è un'opinione, ne deriva che gli adulti italiani (i "padri" cui fa riferimento Brunetta) sono davvero iperprotetti: nel senso di più protetti dal rischio di restare senza lavoro dei loro figli, ma anche di maggiormente garantiti rispetto ai loro omologhi europei.

Questo accade perchè si è creato in Italia, nel corso degli ultimi 15 anni, un "mercato del lavoro duale": da un lato i lavoratori precari, prevalentemente giovani, che sono i primi a venire lasciati a casa quando la situazione si fa difficile. Dall'altra gli assunti a tempo indeterminato (in grande maggioranza adulti o anziani), tra lavoratori i più protetti d'Europa.

Quanto conta l'articolo 18 in tutto questo? In realtà non quanto molti vorrebbero far credere - sia tra i fautori della sua abolizione che tra i suoi più strenui difensori. Il problema è la più generale regolamentazione dei contratti di lavoro - argomento sul quale più di uno studioso ha avanzato interessanti proposte di riforma.

Resta il fatto che l'articolo 18 protegge effettivamente i soli lavoratori tipici (che comprendono la stragrande maggioranza della generazione dei "padri") e non gli atipici (che si ritrovano in gran quantità tra le fila dei giovani). L'affermazione di Brunetta in esame può quindi essere considerata vera in ogni sua parte, anche se tendenziosa nel suo riferimento esclusivo all'articolo 18.

E non finisce qui: il ministro ha avuto altre parole di verità nel corso della trasmissione di ieri sera. Mi limito a riportarle nel seguito, senza ulteriori commenti: per quelli spazio ai lettori.

"Spendiamo troppo in cattivo welfare per i padri e troppo poco per i giovani. Spendiamo tantissimo per finte pensioni di invalidità, e quasi nulla per incentivi per gli affitti e le borse di studio per i giovani"

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