Intervista – polisblog incontra Nicola Biondo autore de “Il Patto”, tra Stato e Mafia



L’affermazione, progressivamente, di youtube, e siti analoghi, ha creato un alibi pericoloso. Chi dovrebbe occuparsi dell’approfondimento ha smesso di farlo convinto che la contaminazione tra media e pubblico avrebbe ridotto tale necessità.

La settimana scorsa, ad esempio, ben pochi giornalisti hanno spiegato ai propri utenti la storia pubblica di Massimo Ciancimino. Chi è nato, ad esempio, negli anni novanta non è messo nelle condizioni di conoscere il proprio paese attraverso storie come queste.

Per questo motivo abbiamo deciso di incontrare il giornalista dell’Unità Nicola Biondo, autore insieme a Sigfrido Ranucci, de “Il Patto” che racconta appunto la relazione che c’è tra lo Stato e la Mafia.
Giornalista e consulente, dal 2001 al 2008, della trasmissione di Carlo Lucarelli “Blu Notte”. Su cosa sta lavorando in questi giorni?

Sto lavorando ad un progetto complesso. Vorrei capire dove e come sta nascendo la nuova mafia. Siamo ad un cambio epocale che esige attenzione. E la mia “ossessione” – come quella di molti altri – è capire cosa ci riserverà il futuro, quali altri patti si stanno stringendo tra poteri legali e poteri criminali.

Hai scritto insieme a Sigfrido Ranucci “Il Patto”. Cosa racconta in questo libro?

Racconta un’ossessione appunto. Quella di Cosa nostra che ad ogni costo vuole garantirsi con le stragi un patto con lo stato e quella dello stato che non riesce e non vuole, con le dovute eccezioni, a liberarsi dei suoi scheletri nell’armadio e combattere senza sconti la mafia.

D’altronde è stato detto che coesistendo nello stesso territorio, Cosa nostra e lo Stato o si accordano o si fanno la guerra. Per raccontare questo patto, abbiamo utilizzato una storia sconosciuta e straordinaria, quella di Luigi Ilardo che da mafioso si infiltra in Cosa nostra per conto di un colonnello, Michele Riccio.

Ilardo in poco più di due anni fa decapitare i vertici mafiosi in tutta la Sicilia orientale ed entra in contatto con Provenzano. Scambia con il boss decine di lettere fino ad incontrarlo in uno dei suoi rifugi. E’ il 1995. L’infiltrato passa tutte le informazioni a Riccio che le passa ai suoi superiori, il colonnello Mori e il maggiore Obinu.

Informazioni che però non vengono utilizzate e il boss rimarrà libero fino al 2006. Ilardo parla anche in diretta, nel 1994, di un patto politico elettorale tra Cosa nostra e Forza Italia e fa i nomi degli insospettabili protagonisti di questo accordo.

È il primo a fare ad esempio il nome di Dell’Utri. Alla fine Ilardo, nome in codice Oriente, viene però tradito da una talpa istituzionale e a 4 giorni dalla sua entrata nel programma di protezione finisce ucciso. La storia del mancato arresto di Provenzano oggi è il tema centrale del processo a Mori e Obinu in corso a Palermo.

La vicenda di Ilardo ci ha permesso quindi di riprendere altri capitoli importanti: dalla mancata perquisizione del covo di Riina alle stragi del ’92-’93, dal ruolo avuto da Vito Ciancimino e suo figlio Massimo alla nascita della nuova mafia di Provenzano, dedita agli affari e non più stragista. La domanda di fondo è: è stata siglata una pax mafiosa? Molti fatti ci dicono di si. E questi fatti si trovano nel nostro libro, Il Patto.


In molti sostengono che occuparsi di queste storie, sia dal punto di vista giornalistico che da quello giudiziario, sia una perdita di tempo poiché appartengono ad un passato lontano. Secondo lei hanno ragione? Perché?
C’è una scuola di pensiero che non solo dice che sia inutile occuparsi di queste cose ma che tutto è chiaro: le stragi, le commistioni mafia politica e imprenditoria, le scandalose latitanze e le altrettanto scandalose leggi che in questi anni hanno dato respiro alla mafia. Per questi personaggi la mafia è solo un problema di ordine pubblico. Ma sono i fatti a smentirli.

È la tipica amnesia dei perbenisti in malafede. C’è il direttore di un importante giornale che ha detto che la mafia non è il problema numero uno in Italia. Come si fa a spiegargli che per fatturato le mafie italiane sono la prima industria del Paese?

Io credo che siamo incapaci per paura e per interesse a giudicare noi stessi, i mostri che ci sono cresciuti intorno. Si parla tanto dei Talebani, dei fondamentalisti islamici, ma noi ce li abbiamo in casa e da tempo, sono i mafiosi i nostri Talebani.

Negli stessi giorni in cui deponeva Marcello Dell’Utri alcuni ascoltatori de “La Zanzara” (il programma che conduce su Radio24 Giuseppe Cruciani) sostenevano che il problema in Italia è la gestione dei pentiti. È d’accordo? Quali sono, secondo lei stati gli errori commessi?

Appunto, i soliti perbenisti in malafede. È come quando certi personaggi di fronte alle indagini di Falcone e Borsellino nelle banche e nelle imprese dicevano che così si criminalizzava l’intera economia siciliana.
Basterebbe ricordare che un paese come gli Stati Uniti, per tanti altri versi reclamizzato, ha da tempo una legge sui collaboratori di giustizia e lì nessuno si è mai scandalizzato. Sulla vicenda Dell’Utri basterebbe un particolare. Non ci sono solo i pentiti che lo accusano. Ci sono intercettazioni telefoniche di mafiosi che dicono che bisogna votare per lui, “sennò i giudici lo fottono”.

È certo che sono stati commessi errori. Ma forse pochi ricordano che il primo pentito arrestato perché era ritornato a delinquere, Balduccio Di Maggio, è stato arrestato dalla procura di Palermo retta da Giancarlo Caselli, il giudice che secondo la vulgata sarebbe quello che i pentiti li utilizzava come una clava, senza riscontri.

Di Maggio è quello che racconta il bacio di Andreotti e Riina, era quindi un testimone importante di un processo delicato che vedeva impegnata tutta la procura di Palermo. Eppure Caselli non gli ha fatto sconti, lo ha arrestato e lo ha fatto condannare quando ha scoperto che da pentito ordinava omicidi.

Ma tutta questa storia è buffa: sembra quasi che a certi italiani i mafiosi piacciono solo quando stanno zitti.


La prefazione del libro è firmata da Marco Travaglio che sottopone al lettore due osservazioni sulle quali mi piacerebbe ragionare con lei. La prima riguarda le stragi. Esiste davvero un collegamento tra l’ascesa politica di Silvio Berlusconi e la fine di questi episodi? Se sì, quale?

Dal punto di vista investigativo ci sono decine di collaboratori di giustizia che da un quindicennio parlano di rapporti tra la galassia Finivest-Mediaset diventata poi un partito e esponenti mafiosi.

Ci sono state indagini: due delle quali hanno visto indagati Berlusconi e Dell’Utri la cui posizione è stata archiviata. Ci sono sentenze che si basano su precisi riscontri e non solo sulla parola dei pentiti che si dilungano sui rapporti che uomini del partito del Presidente del Consiglio hanno avuto con mafiosi.

Il caso Di Dell’Utri è il più eclatante ma non certo l’unico. È un fatto che Berlusconi è stato fatto oggetto di estorsioni mafiose e non le ha denunciate, anzi in una telefonata dice ad un amico che “pagherebbe volentieri per togliersi questa seccatura dai piedi”.

Bettino Craxi – lo riportiamo nel libro – da una sua personale lettura delle bombe di mafia del 1993: “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura –Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa di nuovo, non di rovesciare qualcosa”.

È un fatto che dal 1994 non si è verificata più una strage di mafia. Perché? Perché c’è stato un accordo? Perché è nata una nuova Cosa nostra dedita solo agli affari e non più allo scontro diretto? Perché c’è stata una pressione investigativa come mai era accaduto in precedenza? E perché il Presidente del Consiglio si è rifiutato di rispondere alle domande dei magistrati sull’origine delle sue fortune imprenditoriali?

Ma c’è anche dell’altro. E riguarda il futuro. Cosa sta diventando la mafia, perché quella che abbiamo conosciuto quasi non esiste più. Bisogna saper interpretare la realtà con nuovi strumenti per spezzare l’incantesimo che ha fatto di volgari banditi uomini capaci di imporre trattative e deliberare lo stato di guerra o di firmare accordi.

È il modo che abbiamo di immaginare il paese in cui viviamo. Cosa nostra muterà seguendo non solo le leggi della politica, appoggiando questo o quel partito, ma soprattutto le leggi dell’economia, quella globalizzata e ipercompetitiva, perché i mafiosi non sono mai stati tutti coppola e lupara ma uomini d’affari.

Per fare un esempio pratico. Cosa nostra ha sempre ambito a farsi Stato, avere un territorio dove imporre un potere assoluto sugli affari leciti e illeciti. Siamo sicuri che il progetto federalista non renderà questo desiderio più facile da realizzarsi? Cosa potrebbe accadere se il progetto della Lega di far diventare eleggibili i giudici su base territoriale diventasse legge?


Il giornalista, sempre nella prefazione, sostiene che a rallentare il corso giudiziario siano stati gli stessi magistrati che non ponevano ai pentiti le domande giuste. Può spiegarci meglio a cosa si riferisce la penna del Fatto?
Bisognerebbe chiederlo direttamente a lui. Che la magistratura non sia una casa di santi è cosa ovvia e normale. Se pensiamo ai giudici corrotti del caso Lodo Mondadori e Imi-Sir…Non c’è alcun dubbio che la magistratura ha nella propria storia pagine bellissime e altre orripilanti. Come tutte le istituzioni.

È un fatto come ha detto il giudice Alfonso Sabella che sulla trattativa tra stato e mafia potevamo scoprire molto di più già dieci anni fa. Questo non è accaduto per tanti motivi. I giudici non sono dei robot avulsi dalla realtà che li circonda: sentono anche loro le pressioni o gli incoraggiamenti.

Mi chiedo quante volte hanno subito i depistaggi di poliziotti collusi o di ufficiali dei carabinieri che obbedivano ad altre logiche? Il nostro libro evidenzia alcune lacune, alcune timidezze della magistratura che come tutte le istituzioni può e deve essere criticata. Ma non a corrente alternata e con argomenti privi di senso o con insulti.

Pensi se un magistrato che indaga un politico e scopre attraverso un’intercettazione che questi ha stretti rapporti con dei mafiosi si rivolgesse al capo di quel partito che ha messo quel politico in lista e gli chiedesse conto della sua scelta. Tutti griderebbero al Golpe giudiziario.

Concludendo. Si è soliti ad associare il nome di Silvio Berlusconi alle storie di cui si occupa lei. Quali sono gli altri esponenti che hanno mantenuto vivo il patto?

Nel passato chi conosceva le regole generali della commistione tra mafia e politica erano sicuramente Salvo Lima e Vito Ciancimino, e non posso non immaginare che anche i loro capicorrente, tra i quali alcuni “padri nobili” della Dc, non ne fossero a conoscenza.

Ma questo è davvero uno strano paese. In cui ancora oggi il senatore Andreotti, di cui nessuno dubita dell’intelligenza, continua a negare che Lima fosse un personaggio legato alla mafia. D’altronde un altro politico di razza come Francesco Cossiga è venuto a dire al tribunale di Palermo che tra gli anni 70 e 80 la vera emergenza per lo stato era il terrorismo politico.

Poco importa che a Palermo in quegli anni la mafia ha ucciso tutti i vertici della Procura, il presidente della regione e il capo dell’opposizione, ha decimato i capi della questura, ha ammazzato un prefetto, ha ucciso imprenditori, ha scatenato una faida che è costata migliaia di morti e intanto macinava ricchezza e imponeva il proprio dominio su milioni di persone.


Per chi fosse intenzionato ad approfondire quanto in questa intervista è stato solo accennato domani, 10 febbraio, a Milano Nicola Biondo presenterà il proprio libro presso la libreria Feltrinelli in Piazza Duomo.

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