Presidente della Repubblica: Il PD sceglie Franco Marini, Bersani suicida il partito

L'ex sindacalista cattolico tra i possibili inquilini del Colle, Renzi e la Serracchiani lo bocciano. Bersani spacca il PD

21.38 - Il nome di Franco Marini spacca il Partito Democratico. La scelta di Bersani appare quasi una provocazione, trattare con il PDL e con i Montiani sul più classico dei nomi di ispirazione democristiana ignorando tutte le altre spinte presenti nel panorama politico ravvivato dalle consultazioni grilline che avevano individuato nel nome di Stefano Rodotà una possibile alternative in grado di pescare anche a sinistra.

Il giurista ha convinto SEL, il segretario del partito Vendola si è appellato al PD per far convergere i consensi sul nome proposto dal Movimento Cinque Stelle, Bersani ha ignorato l'appello del suo principale alleato continuando la trattativa con Silvio Berlusconi, proprio il nemico giurato con il quale sarebbe "impossibile" e "privo di senso" formare un governo per le larghe intese, ma non accordarsi per eleggere il presidente della Repubblica.

Marini, fra l'altro, è proprio uno dei due nomi (insieme a quello della Finocchiaro) cassati con la consueta delicatezza da Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze ha commentato: "Ve lo immaginate con Obama?" e la truppa dei renziani ha già annunciato che non voterà Marini spaccando il PD. Bersani decide di andare al muro contro muro, in sfregio a qualsiasi logica di dialogo con le altre correnti del suo partito. Anche Debora Serracchiani è categorica:

L'accordo che sembra chiuso su Marini al Quirinale è una scelta gravissima. Sarebbe la vittoria della conservazione in un momento in cui avremmo bisogno di dimostrare coraggio, magari scegliendo una donna. A quanto pare, ci sono alcuni dirigenti che non resistono alla tentazione di consegnare il Paese a Berlusconi.

Significativo il commento di Pippo Civati che spera ci sia "ancora un modo di evitare un errore che la Bicamerale era Disneyland, al confronto".

Franco Marini, c'è l'accordo PD-PDL-SC

20.28 - Sarebbe Franco Marini il nome condiviso per il Quirinale: è quanto emerge secondo l'Ansa dai gruppi Pd e Pdl in procinto di riunirsi.

Ci sono condizioni per scelta condivisa. Mi pare che la ricerca di una soluzione ampiamente condivisa sia a buon punto.

ha detto Bersani, che avrebbe presentato in un colloquio telefonico a Berlusconi una rosa di nomi comprendente, oltre all'ex Presidente del Senato, anche Giuliano Amato, Sergio Mattarella e Massimo D'Alema. Fonti Pd smentiscono però questa circostanza.

Franco Marini, chi è? La biografia

Quello di Franco Marini è un nome ricorrente quando si parla dell'elezione del Presidente della Repubblica: era già stato fatto nel 1999 e nel 2006, ed è quasi inevitabile che ricorra anche quest'anno, quando la partita per il Quirinale è quantomai aperta e oggetto di trattative tra i poli, visto che dal prossimo inquilino del Colle potrebbe dipendere la fortuna e la durata dell'incarico di governo affidato a Pierluigi Bersani. Con Berlusconi che minaccia l'occupazione delle piazze se la sinistra porterà al Quirinale un suo uomo, e il Pd che comincia a prendere in considerazione l'ipotesi di un patto con il centrodestra, nomi come quelli di Romano Prodi o Giuliano Amato cominciano a perdere quota. Meglio allora puntare sui cattolici ex-Dc, che fanno parte della coalizione di centrosinistra ma hanno un profilo bipartisan che potrebbe fare breccia tra i berlusconiani.

E in pole position, per anzianità e cariche ricoperte, è Franco Marini. Abruzzese, 80 anni tra due settimane, una vita tra sindacato e Parlamento, è la figura più "istituzionale" tra quelle a disposizione del Pd. Nato in un paesino di 500 abitanti in provincia de L'Aquila, Marini si diploma a Rieti e a 17 anni si iscrive alla Dc e all'Azione Cattolica, e dopo la laurea in giurisprudenza entra subito nella CISL, il sindacato cattolico. Qui viene messo sotto l'ala protettiva di Giulio Pastore, il fondatore della sigla sindacale. Nella CISL Marini lavora per oltre 30 anni, diventando prima responsabile della Federazione Dipendenti Pubblici, poi vicesegretario e infine segretario generale nel 1985.

Terminato l'impegno alla CISL, nel 1991 entra nell'ultimo governo Andreotti come ministro del Lavoro. L'anno successivo entra in Parlamento e inizia a far parte del gruppo dirigente della Dc, ereditando la corrente di Carlo Donat Cattin. Nel ciclone degli anni di Tangentopoli, in cui tutto il vecchio gruppo dirigente del partito viene spazzato via, Marini diventa protagonista di quella stagione, prima come responsabile organizzativo di Mino Martinazzoli, poi, dal 1997, diventa il segretario del Partito Popolare negli anni in cui l'ex Dc è parte attiva dell'Ulivo guidato da Romano Prodi, ed è poi tra i protagonisti della nascita del primo governo D'Alema. Proprio con il segretario del Pds Marini instaura un sodalizio destinato a durare. In quegli anni diventano famose le sfide "etiliche" con Oliviero Diliberto, ministro della Giustizia, a colpi di Montepulciano e Cannonau, con arbitro il vicepremier Sergio Mattarella.

Nel 1999, assieme a D'Alema, prepara la successione al Quirinale alla scadenza del settennato di Scalfaro: dice di voler sponsorizzare un cattolico, ma in realtà molti lo danno per favorito nella corsa. Alla fine però D'Alema sceglie Carlo Azeglio Ciampi e, dopo una tornata elettorale deludente, Marini lascia la segreteria del PPI e diventa parlamentare Europeo.

Rimane ai margini della politica per qualche anno, diventa responsabile organizzativo della neonata Margherita nel 2002 e nel 2005 appoggia la linea di Francesco Rutelli contro quella, poi vincente, di Romano Prodi riguardo la struttura dell'Unione. Dopo le elezioni del 2006, il nome di Marini torna in pole position per il Colle: appoggiato da D'Alema, viene designato sin da prima del voto come candidato alla Presidenza del Senato, seggio che poi dovrebbe rappresentare il trampolino per il Quirinale. Nonostante il quasi pareggio elettorale, e la maggioranza in bilico a Palazzo Madama, Marini resta in corsa: in molti nell'Unione provano a chiedergli un passo indietro ma lui non ci sta. Ne nasce un testa a testa con Giulio Andreotti, candidato di bandiera del centrodestra, in cui la spunta per pochi voti, ma perde il treno per il Quirinale, a favore di Napolitano.

Resta presidente del Senato per la breve legislatura 2006-2008, poi alla caduta di Prodi Napolitano gli assegna un mandato esplorativo per formare un governo di larghe intese e fare alcune riforme essenziali (tra cui, già da allora, la nuova legge elettorale) e tornare al voto. Dopo quattro giorni di consultazioni, è costretto a rimettere il mandato nell'impossibilità di trovare una maggioranza di governo.

Partecipa alla fondazione del Pd, nonostante fosse molto scettico sul progetto. Alle elezioni di febbraio chiede e ottiene la deroga per potersi ricandidare nonostante abbia già sei mandati parlamentari. Per poterlo inserire come numero 2 nelle liste in Abruzzo il Pd rinuncia a candidare l'ex ministro Lanfranco Tenaglia, 30 anni più giovane. Lo straordinario risultato del M5S, che in Abruzzo è il primo partito, fa sì che il Pd elegga un solo senatore, Stefania Pezzopane. Franco Marini entra quindi nell'elenco dei "trombati" eccellenti, e anche se questo potrebbe essere un macigno sulla sua strada, non sembra abbastanza per precludergli la corsa al Colle.

Foto © Getty Images

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