Quirinale: il Pdl punta su Lamberto Dini e Giuliano Urbani?

Berlusconi prova a fare una controproposta alla rosa di nomi del Pd

Il toto-Quirinale si arricchisce di altri nomi, a rischio di arrivare al braccio di ferro. Il Pd avrebbe messo in campo una rosa di tre moderati, cattolici ex Dc, che potrebbero piacere al centrodestra: si tratta di Franco Marini, Sergio Mattarella e Pierluigi Castagnetti. Tre nomi che sicuramente rispondono all'identikit di "moderato" richiamato da Berlusconi, che da giorni va dicendo di volere "un moderato al Colle": il punto è che quando Berlusconi parla di moderato intende qualcuno del centrodestra, o comunque qualcuno che non sia direttamente ascrivibile alla coalizione avversaria.

Al contrario, tutti e tre i nomi proposti da Bersani, pur rappresentando soluzioni super partes, non possono dirsi indipendenti: tanto per fare un esempio, Marini è stato presidente del Senato nell'ultima legislatura guidata dal centrosinistra, Mattarella è stato ministro nei governi D'Alema e Amato. Da settimane Berlusconi dice di avere una controproposta per il Colle, ma ancora non ha fatto il nome. Si è parlato di Mario Draghi, ma oltre all'improbabilità dell'ipotesi che lasci la Bce per il Quirinale, lo stesso Berlusconi ha poi smentito. Gianni Letta è sempre stato sostenuto dal Cavaliere come possibile presidente della Repubblica, ma ormai le sue quotazioni sono in calo e la sua candidatura bruciata.

In questa fase iniziale, quindi, il Pdl non prende neanche in considerazione i nomi proposti dal Pd, e si fanno strada candidature alternative. La prima è quella di Lamberto Dini: 82 anni, ex direttore generale della Banca D'Italia, è stato ministro del Tesoro nel primo governo Berlusconi, poi premier di un governo tecnico dal 1995 al 1996, quindi è passato al centrosinistra. Ministro degli Esteri dei governi di centrosinistra dal 1996 al 2001, è stato tra i fondatori del PD ma nel 2007 ha lasciato il progetto e l'anno successivo è tornato nel Pdl, contribuendo alla caduta del governo Prodi. Un nome "bipartisan" nel senso che ha partecipato attivamente alla politica in entrambi gli schieramenti, ma nel Pd non ha lasciato buoni ricordi, e difficilmente la sua candidatura verrà presa in considerazione.

L'altro nome che circola è quello di Giuliano Urbani: politologo allievo di Norberto Bobbio, è uno degli intellettuali che contribuì alla nascita di Forza Italia dandogli l'impronta liberale che la caratterizzava alle origini. È stato ministro degli Affari Regionali nel primo governo Berlusconi e ministro dei Beni Culturali dal 2001 al 2005. L'anno dopo è diventato consigliere d'amministrazione della Rai. Pur essendo indissolubilmente legato al centrodestra, Urbani può contare su un profilo di intellettuale (ha fondato il Centro Einaudi ed è stato apprezzato editorialista per molto tempo, prima del suo ingresso in politica) e sul fatto di aver lasciato il Parlamento nel 2005 senza esserci più rientrato. A suo carico pesa però la condanna della Corte dei Conti del 2011, ricevuta assieme agli altri consiglieri d'amministrazione Rai, per la nomina a dg di Alfredo Meocci.

Sarebbero questi i due nomi di punta del Pdl, che però è ben consapevole di avere poco potere contrattuale: se volesse, il Pd avrebbe i numeri per eleggere da solo il Capo dello Stato. D'altro canto, il Pd teme le possibili conseguenze di un'elezione non concordata, dall'ostruzionismo in Parlamento alle piazze evocate dal Cavaliere. Quindi la partita è ancora aperta.

Foto © Getty Images

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