Intervista - polisblog incontra Francesco Vignarca autore de “Il Caro Armato”

Davanti ai tagli che puntualmente vengono decisi su tutto ciò che dovrebbe migliorare la condizione dei cittadini italiani non ci si chiede mai perché l’Italia debba continuare a risparmiare.

Tralasciando per un momento il problema, non certo secondario, del debito pubblico perché l’attuale Governo ha deciso, ad esempio, di ridurre gli investimenti sulla scuola pubblica?

Probabilmente, come ci racconterà di seguito Francesco Vignarca che con Massimo Paolicelli ha scritto “Il Caro Armato”, per permettere all’Italia di essere uno dei paesi al mondo che per l’assetto militare spendono di più.

Ci spiega cos’è la rete nazionale per il disarmo di cui lei è coordinatore?

E’ un organismo nato per mettere insieme il lavoro di una trentina di associazioni che in Italia si occupano del disarmo e che lo facevano spesso in attività relegate. L’intenzione è quella di avere un luogo di coordinamento che non vincolando tutti alle stesse campagne permette a chi lavora sull’argomento di ottimizzare gli sforzi e fare in modo che abbiano una maggiore efficacia.

Di cosa parla il “caro armato”?

La nostra intenzione era mettere nero su bianco i conti riguardanti la spesa militare italiana.
Noi abbiamo voluto mettere in fila tutto, fare un conteggio attendibile tanto che quanto abbiamo scritto è stato confermato dal Ministero della Difesa.
A partire dallo stato dell’arte vero, e non sparato a caso, si può far partire un dibattito.

Si è soliti pensare che l’Italia sia la Cenerentola d’Europa eppure è uno degli stati che produce più armi al mondo

Siamo tra i primi se si si considerano più aspetti. Oltre ad essere tra i paesi che più spendono per mantenere il settore militare l’industria bellica italiana è una delle più forti al mondo.

Chi abbiamo davanti nella classifica?


La classifica, dal lato della spesa, è stradominata dagli Stati Uniti che da soli hanno il 50% delle spese militari del mondo.
Per quanto riguarda la produzione dipende. Sempre di più il mondo degli armamenti vive grazie alle joint venture. Non è così semplice quindi fare classifiche.
Certo è il posizionamento, tra la sesta e la settima posizione, di Finmeccanica che è anche nostra poiché è per il 30% del Ministro del Tesoro e i vertici vengono scelti dal Governo.
E’ un’azienda di Stato come l’Eni, l’Agip.

Tralasciando per un attimo gli aspetti morali di tali investimenti, l’Italia può permettersi di destinare questi capitali al settore militare?

Le armi fanno male, provocano delle morti, anche quando non sparano poiché i soldi destati a questa industria vengono sottratti ad esempio alla sanità e all’istruzione.
Quindi secondo noi il disarmo non è conveniente solo eticamente ma anche economicamente.
Esistono degli studi che lo fanno capire. Una recente ricerca fatta negli Stati Uniti certifica che un miliardo di dollari nelle spese militari crei 9mila posti di lavoro. La stessa cifra utilizzata per altri campi potrebbe invece crearne 17mila di posti di lavoro.

Come ci spiegava all’inizio di questa intervista il Ministero della Difesa ha confermato i dati che avere recuperato. Si è, anche, impegnato a ridurre gli investimenti?

Non è giusto nei confronti di Guido Crosetto che non arriva alle nostre stesse "conclusioni" ma parte da punto di vista diverso, giunge e conferma gli stessi dati anche se poi interpreta diversamente soluzioni e strada da seguire ma a noi fa piacere e dona forza il riconoscimento che il lavoro è fatto bene, con dati giusti e senza pregiudizi ma è un'analisi seria.

Negli ultimi mesi si è parlato molto dell’esercito nelle città. Avete fatto un ragionamento anche su quel tipo di risorse?

Sì, assolutamente. Noi abbiamo conteggiato i soldi spesi e secondo noi sono solo operazioni di facciata perché costano di più di dare gli stessi soldi alle forze di polizia. Con gli stessi soldi si sarebbero potute avere molto più pattuglie.

E’ stata anche un’operazione pericolosa poiché il soldato non è addestrato per fare controllo del territorio mentre un poliziotto, o un carabiniere, sì.

E’ come se per un ora di supplenza di matematica venga chiamato un insegnate di educazione fisica. E’ sempre un docente ma non quello adatto alla situazione.

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