Bersani cerca il "miracolo". Pd, ultimo giro di giostra?

Quando si arriva, come ha fatto ieri Pierluigi Bersani, ad evocare “miracoli”, non resta che la preghiera. In effetti, il segretario del Partito Democratico, pur non pregando e, anzi, sbattendo la porta in faccia a Silvio Berlusconi, bussa col cappello in mano a molte porte per cercare di racimolare trasversalmente quei consensi “sottobanco” per una maggioranza purchessia al Senato in grado di far salpare il suo esecutivo.

Ma davanti si erge lo scoglio impervio del Colle: giovedì Giorgio Napolitano chiederà a Bersani la ragionevole certezza dei “numeri certi” e non si accontenterà dei “forse” e delle promesse del leader del pidì.

Bersani si è “incartato” e il PD galleggia sulla cosiddetta proposta del “doppio registro”, non solo letteralmente “molto complicata da spiegare” (Enrico Letta), ma politicamente campata in aria. Delle due, l’una: o Bersani bluffa e ha già in tasca un qualche patto/pastrocchio con il Cavaliere, o sta menando il can per l’aia, in attesa che la candela si consumi fino in fondo, per il de profundis.

Chi può credere davvero che un governo di minoranza e un premier re travicello possano affrontare i gravi problemi dell’Italia? Ieri la Direzione lampo del PD, senza dibattito, non solo ha evocato quella di altri partiti padronali e/o con un solo timoniere, ma ha dimostrato che il partito di Bersani ha imboccato il vicolo cieco.

Si raccoglie quel che si semina, in questo caso un pugno di mosche, frutto di una linea politica imperniata sui tatticismi alla giornata, con alleanze così ballerine, al limite della presa in giro. Il PD, per mesi, ha bussato a tutte le porte (radicali, socialisti, comunisti, democristiani di ogni corrente, Di Pietro, Vendola, Casini, Fini, Montezemolo, fino a Monti a Grillo, Don Ciotti, Grasso, anche la Lega, in un girandola da vomito), con il risultato di aver buttato al vento una vittoria elettorale sicura, perdendo 3,5 milioni di voti dal 2008, riportando in auge l’impresentabile Cav, lasciando all’antisistema/anticasta Grillo il 25% degli elettori e il 25% al partito degli astenuti.

Bersani è un galantuomo, ma ci vuole ben altro per affermare una leadership politica. Scrive oggi Elisabetta Gualmini su La Stampa: “L’indizio di un avvitamento che sarebbe diventato mortale, per il Pd, lo si vede da tempo. È la diretta conseguenza di una strategia di totale chiusura all’interno, dell’ossessione di voler parlare soprattutto ai propri elettori tradizionali, paradossalmente compensata dal massimo dell’eclettismo nelle alleanze esterne. Senza alcun distinguo”.

Con un PD così, con un segretario incapace di trasformare Renzi da "rottamatore" a risorsa, costretto a mettere la sordina ai membri della Direzione, con una base convinta di essere gli unici sacerdoti della “diversità”, i crociati della “verità” storica, non si va da nessuna parte. E giovedì, al Colle, i nodi verranno al pettine. Non c’è da rallegrarsene, perché a pagare sarà l’Italia. Ma il PD non è stato e non è la soluzione: è stato ed è parte (non secondaria) del problema.

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