Bersani flop, Pd al bivio: nuovo leader e nuova strategia?

Brilla nel suo splendido isolamento Pierluigi Bersani, infilatosi nel più classico “cul de sac” dopo aver portato il Partito Democratico in mezzo al guado, avendo prima perduta ingenuamente una vittoria elettorale data troppo frettolosamente per certa e poi fallita per insipienza e supponenza la prova della formazione del nuovo governo.

I tempi cambiano imponendo alla politica nuovi strumenti di organizzazione e aggregazione e nuovi linguaggi legati ai mezzi di comunicazione sempre diversi: fu così anche nel dopoguerra con l’uso della propaganda politica e soprattutto con la rivoluzione della televisione, passando dai comizi delle piazze ai confronti delle tribune politiche.

Certo, Grillo arriva a imporre strumentalmente lo streaming nella trattativa per il nuovo governo come grimaldello della dittatura della trasparenza: lì emergono l’arroganza e la supponenza (già storicamente anticamera di violenze non solo verbali) della Lombardi& C con battute al vetriolo e sorrisetti di compatimento riversando odio per la politica e per i politici, Pd e Bersani al pari di tutti gli altri.

Ma la democrazia non può valere solo quando dà ragione a te e alla tua parte: i grillini sono stati eletti dagli italiani e gli interlocutori non si scelgono a proprio piacimento, a proprio uso e consumo. Bersani e il PD commettono lo stesso errore “culturale” già fatto con Berlusconi e gli elettori di Forza Italia-Pdl: dovrebbero invece chiedersi perché il 25% ha votato M5S! Perché il Pd non ha colto quei sentimenti di protesta e di stimolo dell’elettorato?

Poi c’è anche la caratura personale dei leader: Grillo e i suoi avrebbero trattato a pesci in faccia uno come Enrico Berlinguer così come fanno con l’attuale segretario del Pd?

Nel gioco dell’oca partito il 25 febbraio, adesso – a meno di miracoli dell’ultima ora - si torna alla casella di partenza, ma con Bersani bollito (dopo il fallimento della ricerca del lasciapassare dei grillini) e con il Pd privato dell’onore e dell’onere della prima mossa. Non è cosa da poco, perché così non sarà un governo targato pidì a riportare il Paese di nuovo alle urne.

Perché al voto si dovrà tornare: o subito, o dopo il passaggio di un “governo di scopo” “imposto” da Giorgio Napolitano per fare la nuova legge elettorale (doppio turno?), nuove norme per un po’ di ossigeno alla ripresa economica, per riposizionarci in Europa. A quel punto il Colle ha solo una carta: l’intesa Pd-Pdl-Centro di Monti, con fuori il M5S. Il rischio di portare nuova acqua al mulino di Grillo c’è, ma altra via non esiste.

A rischiare per primo è il PD, costretto ad abbandonare la bandiera dell’antiberlusconismo, vero cemento unitario e identitario del partito, per avventurarsi in alto mare, con una strategia diversa (non più partito della legalità e del lavoro nello steccato tradizionale della sinistra ma partito della ripresa, dello sviluppo e delle riforme capace di brucare l’erba in campi vicini e lontani nel centro e a destra) e un nuovo leader (Renzi?). Insomma, il Pd è chiamato a saltare il fosso, per mutare apparenza e sostanza, contenitore e contenuti. Una sfida impossibile?

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