I clandestini vanno espulsi anche se hanno iscritto i figli a scuola. La storica sentenza che fa arrabbiare la sinistra



Sentenza epocale ieri per la Cassazione, che ha sanato uno dei vulnus più evidenti della legislazione italiana in materia di immigrazione. Tutto è nato da un irregolare albanese che aveva iscritto i propri figli a scuola nella speranza che gli facessero da scudo. Ovvero che, una volta scoperta la sua clandestinità, gli permettessero di non essere espulso.

Evidente la contraddittorietà della cosa. Se fosse definitivamente passato questo principio avremmo avuto la corsa dei clandestini a trovare una scuola per i propri figli al solo scopo di essere immediatamente regolarizzati. E così la Cassazione con la sentenza n. 5856 della I sezione civile ha riformato una precedente sentenza favorevole (la n.823 del 19 gennaio 2010, I sezione civile), con la seguente motivazione:

È "riduttiva in quanto orientata alla sola salvaguardia delle esigenze del minore", mentre non tiene in considerazione "l'inquadramento sistematico nel complessivo impianto normativo" della legge sull'immigrazione

Finalmente una decisione logica, avallata dal buon senso, direte. E invece no. Anche in questo caso si sono levate diverse voci di cordoglio. Prima fra tutte quella di Don Luigi Ciotti della comunità Abele. E fin qui va bene, si tratta pur sempre di un esponente della Chiesa, che a sua volta ha reso nota la propria contrarietà.

Quelle che lasciano perplessi sono le dichiarazioni della comunità politica di centrosinistra, cui evidentemente le sentenze della magistratura piaccioni solo se in certo qual modo fanno comodo. Livia Turco si è detta indignata. Paolo Ferrero (Fed. della Sinistra) ha parlato di sentenza "inumana e indegna di un Paese civile". Persino l'ex-sindacalista Savino Pezzotta (Udc) ha affermato che "Così non si fa altro che creare tensione".

Mah...

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