La manifestazione del Pdl di Silvio Berlusconi: dal reality alla piazza



La manifestazione del Popolo della Libertà organizzata a Roma oggi, 20 marzo, è una vera e propria novità per il panorama politico italiano. Come osserva qualcuno da diversi giorni, attraverso i social network, non si era mai visto il partito più votato dagli italiani scendere in piazza per dissentire pubblicamente contro l’opposizione.

Il plebiscito che oggi Silvio Berlusconi e gli altri si augurano di ottenere in piazza San Giovanni già esiste. Il Pdl che piaccia o meno è riuscito a conquistare sufficienti piazze per governare, potenzialmente bene, da qui fino alla fine della legislatura.

Diverso è lo spirito con il quale l’opposizione ha manifestato la scorsa settimana. Pierluigi Bersani, seppur con qualche riserva, ha appoggiato i propri compagni affinché l’imminente appuntamento elettorale permetta alla minoranza di crescere. Il Pd, a differenza del Pdl, non può contare su un numero necessario di piazze per governare.

Il Pd, a differenza del Pdl, ha precisato fin da subito gli obiettivi, condivisibili o meno, della propria manifestazione. Tanto accortezza non è stata adottata dal partito del Presidente del Consiglio che ha fatto della presenza lo scopo principale. Manifestare contro sé stesso avrebbe un che paradossale.

Silvio Berlusconi, come osservato da altre persone prima di me, ha progressivamente spostato il punto di osservazione trasformando la massa da pubblico ad obiettivo. Non dimentichiamoci che prima di scendere in piazza tale trasformazione era già in atto tanto che il nome del partito del Primo Ministro a differenza di altri progetti politici analoghi fa un chiaro riferimento al popolo. Alla massa. Ad un pubblico.

La manifestazione di oggi non è altro che l’ennesima azione per completare tale trasformazione che a chi di comunicazione si occupa ricorderà senz’altro quella attuata attorno al programma televisivo Grande Fratello, per il quale era stato creato un vero spin-off analogo.

A diversi anni dal debutto chi detiene i diritti del format pensò di creare delle case analoghe, sprovviste di telecamere, in diverse città italiane per toccare con mano quanto il confine tra massa e pubblico sia labile.

Lo stesso pubblico che seguiva il programma televisivo diventava massa nel momento in cui si spegnevano le telecamere. Silvio Berlusconi, in questo momento, ha bisogno che la massa diventata spettatore di un’attualità televisiva ritorni ad essere presente alla sua forma primordiale.

La manifestazione di oggi non racconta solo questo perverso rapporto. Il successo, nel caso dovesse presentarsi, accentuerà un’altra trasformazione che già sta avvenendo. Alla piazza, fino a non troppi anni fa, si legavano le battaglie dei cittadini. Il dissenso pubblico delle persone contro dei provvedimenti che rallentavano l’evoluzione del paese. La protesta degli operai che pagavano la sceleratezza di chi abusava della loro fiducia per far fallire le fabbriche.

Tutto questo dalla piazza è scomparso. Le battaglie sociali non sono più un patrimonio politico. Gli operai credono che il loro messaggio sia più forte se urlato a molto metri da terra. Dalle gru, senza il supporto dei sindacati i cui segretari (come ad esempio Renata Polverini) preferiscono la carriera politica.

Svuotata dai suoi naturali cittadini la piazza è diventata la torta di chi non crede che l’obesità sia un problema. Progressivamente, attorno alle piazze, si è iniziato a far politica dimenticandosi che per la disciplina già esistono degli spazi appositi: le urne.

A pochi mesi dalle adunate organizzate da Beppe Grillo, che con la sua luce ha oscurato il movimento cinque stelle che l’ha sempre appoggiato, da diverso tempo fa parte dell’attualità il movimento viola.

Contrario come pochi altri al Presidente del Consiglio, il movimento che annovera tra i suoi estimatori Alessandro Gilioli e Antonio Di Pietro ha, senza mai convogliare in una delle proposte politiche attualmente presenti in Italia, per molti occupato lo spazio destinato naturalmente al Pd.

Così facendo ha dimostrato una volta di più che la piazza non è il luogo adibito per cambiare politicamente lo scenario di un paese. Di politica in piazza si può parlare, ci si può indignare o arrabbiare ma le vere rivoluzioni se di tali si può disquisire avvengono nelle cabine elettorali.

Del movimento viola, proprio per la sua distanza dalla politica pragmatica, ce ne dimenticheremo tanto quanto abbiamo già fatto il giorno in cui i Vaffa Day di Beppe Grillo non costituivano una notizia.

Probabilmente ha ragione Ferzan Ozpetek quando sostiene, attraverso il suo ultimo film “Mine Vaganti”, che in dieci anni si sono fatti sufficienti passi indietro fino a dimenticarsi le conquiste basilari.

In molti si sono dimenticati che la democrazia è sacra sempre, anche quando non si è d’accordo con l’una o l’altra parte politica. Cambiare si può solo attraverso strumenti specifici. Il voto, ad esempio, è uno di questi. Tutto il resto è solo l’ennesima diretta televisiva per dare ritmo a quel vuoto che ancora spacciano per offerta.

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