Matteo Renzi: "Resto nel PD". E intanto si prepara per influenzare la corsa al Quirinale

"Non ha senso fare un nuovo partito, credo che debbano esserci al massimo due/tre schieramenti".


Che Matteo Renzi decida di farsi un suo partito in tanti lo sperano, altrettanti lo temono. Ma lui sulla questione non ha mai tentennato, spiegando di voler cambiare il Partito Democratico restando al suo interno. E d'altra parte, se c'è qualcosa su cui si può scommettere, è che le chance di prendere le redini del Pd sono dalla sua parte. La sua strategia si gioca dentro il partito, insomma, coma ha ribadito oggi in un'intervista a Radio 102.5 (detto tra parentesi, ci dovremo preparare all'invasione mediatica del 'rottamatore').

Uscire e farsi un partito non ha senso, sono già troppi. Io credo che ci debbano essere solo due o al massimo tre schieramenti

E le polemiche di ieri sul "stiamo perdendo tempo" che ha innervosito Napolitano?

"Avessi detto qualcosa di particolarmente intelligente... Ho detto quello che pensa il 95% degli italiani. A 40 giorni dal voto non soltanto non sappiamo chi ha vinto e perso, ma non abbiamo la più pallida idea di quando ci sarà un governo"

E quindi quale può essere la soluzione per il sindaco di Firenze?

"Io sarei per andare a votare, ma non è importante quello che penso io. Se vogliono si vada a votare, se vogliono fare l'accordo con il movimento 5 stelle lo facciano, se vogliono fare un accordo con il Pdl lo facciano. Ma qualcosa facciano. Se devono fare un'alleanza, Berlusconi si fida molto più di D'Alema e Bersani che non dei nuovi innesti del Pd: è da tempo che si conoscono, e più facile che trovino un accordo loro"

Eccola, la stoccata a D'Alema e Bersani. Ormai un classico della nuova campagna elettorale di Matteo Renzi, che dopo aver sostenuto per un po' - finché nella sua ottica aveva un senso - il segretario del Pd adesso ha deciso di attaccarlo senza pietà. E soprattutto di studiare le mosse per impedire che riesca a eleggere Romano Prodi al Quirinale. Che, secondo la ricostruzione del 'rottamatore', è l'ultima chance di Bersani di riuscire a salire a Palazzo Chigi.

Renzi è convinto che il tempo a disposizione di Bersani sia scaduto. O si fa un governo di larghe intese che duri il meno possibile, oppure si va dritti al voto. Insomma, è venuto il suo tempo di guidare il partito alla riscossa elettorale. E quindi è necessario bloccare i piani del segretario. In che modo? Spiega l'HuffPost.

Piombare a Roma come “grande elettore” del prossimo capo dello Stato. Far pesare la pattuglia dei “suoi” cinquanta tra deputati e senatori, decisivi negli equilibri parlamentari. Determinare, attraverso la partita del Colle, i destini della legislatura (..). E, soprattutto, chiudere l'era Bersani al Pd, affossando la candidatura di Prodi al Colle. (...) E' la "fase due" della Rottamazione, la Rottamazione dall'alto, e non più (e non solo) da dentro. Che passa non dalle fumose direzioni di partito, da cui è assente da un po'. Ma da una strategia su due livelli: il Palazzo, dove giocare il grande risiko sul Quirinale. E l'opinione pubblica, da sensibilizzare attraverso una strategia mediatica studiata nei dettagli.

La strategia mediatica la stiamo vedendo - tra interviste e apparizioni ad Amici - ma come funzionerà quella legata ai giochi del Quirinale?

L’ideona sul Quirinale è stata fatta trapelare sul Corriere fiorentino e sulla Nazione. Tenuta, per ora, bassa. E prevede che Renzi possa essere indicato tra i nomi dei tre delegati che il consiglio regionale toscano spedirà in Parlamento per eleggere il successore di Giorgio Napolitano. Una novità, rispetto alla prassi per cui, di norma, vengono mandati il presidente del consiglio regionale, il governatore e un vicepresidente di opposizione. Un prassi appunto. Nulla che non possa essere cambiato. Perché la Costituzione parla chiaro. Non sta scritto da nessuna parte che i delegati debbano essere consiglieri regionali.

Riassumiamo le mosse di Renzi: invadere i media per andare a nuove elezioni al massimo livello di popolarità, ma prima ancora assicurarsi che si vada presto a elezioni, e quindi evitare che Bersani riesca a mandare al Colle un "presidente amico" come Prodi, che potrebbe rimettere in piedi le sue possibilità di diventare premier approfittando della spaccatura interna al Movimento 5 Stelle.

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