Bersani chiude al governissimo con una lettera a Repubblica

Il segretario del Pd risponde a Eugenio Scalfari e, con l'occasione, anche a Dario Franceschini, che aveva aperto al dialogo con Berlusconi.

Pier Luigi Bersani

Pier Luigi Bersani chiude la porta spalancata a sorpresa da Dario Franceschini che, con un'intervista al Corriere della Sera, aveva proposto un'apertura nei confronti di Berlusconi, ben diversa, checché se ne dica, dal governo tecnico. «Ci piaccia o no, gli italiani hanno stabilito che il capo della destra, una destra che ha preso praticamente i nostri stessi voti, è ancora Berlusconi. È con lui che bisogna dialogare», aveva detto Franceschini.

Se Franceschini ha lanciato il suo messaggio dalle pagine di un quotidiano che tifa, fin dal primo giorno dopo il voto, per il governissimo, Bersani affida, invece, le sue parole a Repubblica, cui scrive una lettera.

Nella quale si legge, fra l'altro:

«Ci vuole un governo, certamente. Ma un governo che possa agire univocamente, che possa rischiare qualcosa, che possa farsi percepire nella dimensione reale, nella vita comune dei cittadini. Non un governo che viva di equilibrismi, di precarie composizioni di forze contrastanti, di un cabotaggio giocato solo nel circuito politico-mediatico. In questo caso, predisporremmo solo il calendario di giorni peggiori».

Certo, un po' di giri di parole, rispetto all'apertura diretta di Franceschini, ma il concetto è comunque chiaro.

Il pretesto per la missiva l'aveva offerto un editoriale di Eugenio Scalfari in cui il fondatore di Repubblica sosteneva di non condividere

«la tenacia con la quale Bersani ripropone la sua candidatura (e ancor meno quella di Renzi a sostituirlo nella stessa impresa)».

Il segretario del Partito Democratico ne ha approfittato, così, per ribadire:

«La proposta che ho avanzato assieme al mio partito (governo di cambiamento, convenzione per le riforme) non è proprietà di Bersani. Ripeto quello che ho sempre detto: io ci sono, se sono utile. Non intendo certo essere di intralcio. Esistono altre proposte che, in un Paese in tumulto, non contraddicano l'esigenza di cambiamento e che prescindano dalla mia persona? Nessuna difficoltà a sostenerle! Me lo si lasci dire: per chi crede nella dignità della politica e conserva un minimo di autostima, queste sono ovvietà!»

E poi ha chiarito il suo pensiero, cercando di evitare, probabilmente, un attacco diretto a Franceschini per non spaccare ancora di più il partito, che già vacilla sotto i colpi delle varie correnti interne.

Che evidentemente non si riconducono semplicemente allo schema binario bersaniani-renziani.

Il Partito Democratico vive, insomma, l'ennesima crisi d'identità, ma il suo segretario, se non altro, tiene il punto. E tenta anche di serrare le fila del partito, con una manifestazione a Roma il 13 aprile (lo stesso giorno in cui Berlusconi, a Bari, proporrà i suoi otto disegni di legge)

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