Ru486: la battaglia sbagliata dell'asse Cota-Zaia


Già ieri ci siamo occupati delle posizioni estremiste assunte dai neo-governatori leghisti di Piemonte e Lombardia in merito all'introduzione della pillola abortiva Ru486. Oggi vediamo di analizzare gli effetti politici di un biglietto da visita che ha suscitato l'entusiasmo dei vertici ecclesiastici, ben rappresentato da monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e cappellano di Montecitorio.

La prima domanda che ci poniamo è perché l'asse Cota-Zaia si sia voluto gettare in una polemica così accesa nella primissima fase del proprio "regno". Chiaramente i tempi sono casuali, dato che l'introduzione della pillola era prevista comunque per oggi, ma i toni no. I governatori pidiellini per esempio si sono distinti per moderazione, Polverini in testa, e lo stesso ultracattolico Formigoni non si è espresso (fino ad ora) sulla vicenda.

La base leghista non è affatto filoecclesiastica, se la si analizza dal punto di vista statistico. È sì cattolica, in buona parte, ma senza fanatismi. Si può dire che riscopra la propria religiosità solo ed esclusivamente in contrapposizione a quella mussulmana, quando l'Islam cerca di guadagnare terreno in occidente, come per la questione del burqa o della costruzione di nuove moschee. Dunque l'effetto politico delle dichiarazioni suddette va da neutro al totalmente negativo. Qualcuno plaudirà, ma si tratta in buona parte di votanti del grande centro che comunque non si sposteranno mai dalla parte del Carroccio, salvo sparute eccezioni che non compensano le possibili perdite anticlericali.

Se quindi il calcolo politico è sbagliato, quello etico è quantomeno discutibile. La legge sull'aborto in Italia non si tocca. Fa ormai parte della nostra cultura e rispecchia analoghe norme della gran parte dei paesi occidentali. La Ru486 non sposta nè estremizza più di tanto i contenuti della 194, e paradossalmente pone meno problemi etici della pillola del giorno dopo, dal momento che genera un aborto vero e proprio, regolamentato e gestito dagli ospedali e non autoindotto.

Giova infatti ricordare che i privati non possono acquistarla, un particolare non da poco. Quanto alle accuse alla pillola di "banalizzare una procedura così delicata come l'aborto" (Zaia dixit) ricordiamo che in Italia una donna che manifesti quest'intenzione subisce ogni genere di pressione contraria prima che le venga dato il permesso, consentendole già di re-rifletterci fino alla soglia dell'annientamento psicologico. E visto che ciò non cambiera con la Ru486 che cosa si teme ancora?

Il fatto che alcune regioni vogliano obbligare i soggetti interessati a soggiornare in ospedale per 3 giorni fino al momento del'aborto poi si configura a sua volta come una punizione. La cosa infatti non è assolutamente necessaria come dimostra per esempio l'Emilia Romagna, che spedisce a casa gli interessati per riconvocarli in ospedale al momento opportuno.

Insomma, siamo di fronte a una battaglia di retroguardia che i neo-governatori del Carroccio farebbero meglio ad abbandonare in vista di altre e ben più importanti guerre che si troveranno ad affrontare a breve. Per la questione Ru486 esistono già degli enti medici preposti a prendere le decisioni. Che i presidenti di regione se ne tengano fuori.

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