Governo: Napolitano appoggia le larghe intese "come nel 1976"

E bacchetta i "moralizzatori della politica"

Giorgio Napolitano

Richiamarsi al passato per cercare le soluzioni del presente: non è la prima volta che Giorgio Napolitano rievoca esperienze, anche lontane, per indicare una via d'uscita. Lo fece anche alla vigilia della nomina di Mario Monti a premier, quando ricordò l'esperienza del governo Pella, la prima esperienza di esecutivo del Presidente, chiamato in carica per risolvere una situazione di impasse politica.

Oggi, a un convegno in memoria dello storico esponente del Pci Gerardo Chiaromonte, Napolitano si richiama a un'altra esperienza, più recente, di stallo istituzionale:

Al di là di ogni discorso ristretto all'area delle forze di sinistra, il senso di una funzione e responsabilità nazionale democratica guidò Chiaromonte nella grande crisi e svolta del 1976, impegnandolo in prima linea al fianco di Enrico Berlinguer nella scelta e nella gestione di una collaborazione di governo con la Democrazia cristiana dopo decenni di netta opposizione. E ci volle coraggio per quella scelta di inedita larga intesa e solidarietà, imposta da minacce e prove che per l'Italia si chiamavano inflazione e situazione finanziaria fuori controllo e aggressione terroristica allo Stato democratico

Insomma, un endorsement chiaro e tondo alle larghe intese tra Pd e Pdl. E d'altronde finora le mosse di Napolitano dall'inizio delle consultazioni erano chiaramente andate in quella direzione. Ora l'entrata a gamba tesa nel dibattito interno al Pd.

Ma cosa successe nel 1976?

Le elezioni del 20 giugno 1976 si conclusero con un nulla di fatto simile a quello del 24 e 25 febbraio 2013: in quel caso fu la Dc ad "arrivare prima senza vincere" come il Pd oggi, ottenendo il 38%. Al secondo posto però il Partito Comunista prese il 34%, portando ai minimi termini tutti i possibili alleati dello Scudo Crociato, dal Psi ai Repubblicani. Senza una maggioranza in Parlamento, l'unica soluzione per la Dc era un governo con i comunisti, ma da oltreoceano gli Usa non volevano saperlo (e d'altronde proprio oggi sono uscite delle indiscrezioni significative, in questo senso). Lo stallo si superò grazie al "buon senso" dei comunisti che accettarono di appoggiare un governo Dc pur senza entrare nell'esecutivo. Nacque così il terzo governo Andreotti, soprannominato dallo stesso premier "governo della non-sfiducia" (o di solidarietà nazionale).

E a quel modello che si richiama oggi Napolitano, con il Pd nelle vesti che furono della Dc e il Pdl in quelle del Pci. Ora non ci sono veti dagli Usa ma la difficoltà di far digerire all'elettorato un accordo tra due forze che si combattono da vent'anni senza esclusione di colpi. Rispetto al 1976 c'è però una sostanziale differenza.

Se in quel caso le elezioni portarono a un netto bipolarismo Dc-Pci, per cui una larga coalizione di quel genere era inevitabile, il voto attuale ha portato un tripolarismo, e quello che suggerisce Napolitano è di escludere una delle tre forze uscite vincitrici dalle urne, ovvero il Movimento 5 Stelle. E che il Capo dello Stato punti il dito contro i grillini è chiaro anche da un'altra dichiarazione:

Certe campagne, che si vorrebbero moralizzatrici in realtà si rivelano nel loro fanatismo negatrici e distruttive della politica

I teorici della grande coalizione con Berlusconi hanno ora una freccia in più al loro arco.

Foto © Getty Images

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